Flace fienaria
Flace fienaria

La sijessa.

Varie falci
Varie falci

Ricordo da bambino… la persona adulta, dopo la giornata passata a lavorare in officina si metteva seduta sotto la tettoia e sistemava la lama della siessa, la falce fienaria.
La voce piemontese siessa o sessa  dal latino sicilem, detta anche sijessa o fer da siè. Per sistemare la sijessa ha una piccola incudine incastrata in una vecchia pietra, lascito di generazione in generazione e su di essa ha appoggiato la lama della falce, volgendola verso l’esterno.
Con un martello inizia a dare piccoli colpi regolari su tutto il taglio della lama, con il fine di raddrizzarla, sembra un tribuadare di campane allegro e regolare.
Dopo aver sistemato la lama ed averla fissata ad un lungo manico con due prese, una a metà altezza e l’altra all’estremità opposta alla lama, questa persona si avviava verso il campo li vicino, dopo la vigna e iniziava a tagliare l’erba con ritmo regolare. Interrompeva ogni tanto tale attività per controllare il taglio della lama e affilarla maggiormente con una cote, che portava sempre con sé in un astuccio di legno fissato alla cintura.
Mentre il falciatore svolge tale lavoro, osservo la moglie che , usando il manico di un rastrello, smuoveva e rigirava l’erba tagliata per facilitarne l’essicazione. Il contadino sistemava poi a terra un telo rettangolare, un telo, in piemontese il il fiurer, altre volte una rete fissata ai lati da due bastoni, il fiarol  che lo posava per terra e poi aiutato da me ricopriva  il telo con una grande quantità di erba, e poi bloccava il fiurer.
Infine, facendosi aiutare e tenendo il capo piegato, solleva il carico sul collo e sulle spalle, per trasportarlo così fino alla stalla nel cortile li vicino. La falce è un attrezzo manuale costituito da un manico in legno e una lama ricurva fissata all’estremità distale. Esistono due tipi di falce: la falce fienaia o frullana, con una lama arcuata lunga da 60 a 90 cm, fissata perpendicolarmente ad un manico lungo da 140 a 160 cm dotato di due impugnature, una a metà altezza e l’altra all’estremità opposta alla lama, e il falcetto, falciola o messoria, più piccolo e utilizzato per recidere gambi di cereali o erba, la messoira, la falce per le messi dal latino falcem messoiram, messemm in latino deriva da mietere . mio suocero per tagliare i rovi fino a pochi anni fa, adesso è sulla soglia dei 96 anni usa una falce, meno arcuata posta su di un lungo bastone in legno detto asta arcant, usata per tagliare i rovi, la parola piemontese deriva dal  gallico cantos, lato angolo di taglio.
L’utilizzo della falce richiede una specifica conoscenza tecnica, acquisibile solo con un lungo apprendimento. Occorre infatti bilanciare molto bene le braccia, muovendo orizzontalmente la lama all’altezza voluta con un ritmo oscillatorio. Il falciatore deve affilare spesso la lama con la pietra della cote e, di tanto in tanto, raddrizzare il taglio della lama, battendone il filo con un apposito martello su una piccola incudine.
Da bambino la  fienagione iniziava la sera, uscito dalla fabbrica mio papà iniziava con il taglio dell’erba, che ogni tanto veniva poi rivoltata per facilitarne l’essiccazione da mia mamma. Quando l’erba era completamente asciutta e trasformata in fieno, veniva raggruppata in mucchi con un rastrello. Il fieno, indispensabile per l’alimentazione delle bestie durante l’inverno, veniva poi raccolto e successivamente trasportato nel fienile. Ricordi di quando ero bambino…

Giorgio Cortese
A cura di Giorgio Cortese