a Isbuscenskij

Il 24 agosto del 1942, a Isbuscenskij una piccola località in un’ansa del Don,

il colonnello Bettoni Cazzago, comandante del reggimento “Savoia” cavalleria ordinò ai suoi 600 cavalieri di sguainare le spade e attaccare tre agguerriti battaglioni siberiani
composti da circa 2.500 uomini.

L’episodio viene spesso ricordato come l’ultima carica di cavalleria condotta da unità del Regio Esercito, in realtà l’ultima carica in assoluto, avvenne pochi mesi dopo e precisamente il 17 ottobre 1942 a Poloj, in Croazia, dove il Reggimento “Cavalleggeri di Alessandria” caricò un gruppo di partigiani iugoslavi. Quel giorno cadeva il 250° compleanno del Reggimento, la cui gloriosa storia era iniziata nel lontano 1692, quando Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, aveva creato due reggimenti, diventati poi cinque, di soldati a cavallo. In passato il reparto si era distinto nel corso della Prima guerra mondiale, prima a Gorizia nel 1916 e successivamente nell’agosto del 1917, dopo la sconfitta di Caporetto. L’antefatto dello scontro avvenne a  metà agosto del 1942 quando le forze dell’Asse lanciarono una massiccia offensiva sul fronte orientale avanzando fino a Stalingrado e verso il  Caucaso. I reparti italiani inquadrato nell’ARMIR, Armata Italiana in Russia, venne affidato il compito di difendere l’ala sinistra dello schieramento dell’Asse, attestandosi a presidio dell’area del Don. Tra queste unità si trovava anche il Savoia cavalleria schierato come riserva dell’armata.  Una massiccia controffensiva sovietica scattò improvvisamente il 20 agosto: i russi passarono il Don e sfondarono il tratto di fronte. Il raggruppamento truppe a cavallo ricevette quindi l’ordine di contenere l’avanzata nemica, per prendere sul fianco le truppe sovietiche.  Alle prime  prime luci dell’alba del 24 agosto 1942  il Reggimento “Savoia Cavalleria”, con un organico di 700 cavalieri, che aveva bivaccato in mezzo alla steppa,  in quadrato, protetto dagli obici delle  “Voloire”, si preparava a riprendere la marcia verso un anonimo punto trigonometrico sulle sponde del Don, la quota 213,5 m. Durante la notte tre battaglioni dell’812º Reggimento di fanteria siberiano, composto da circa 2.500 soldati, si erano portati a circa un chilometro dall’accampamento e si erano trincerati in buche fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio da nord-ovest a nord-est, e attendevano l’alba per attaccare le truppe italiane. Una pattuglia del Savoia cavalleria inviata in avanscoperta, un componente della pattuglia quasi per caso notò un soldato appostato tra i girasoli, pensando fossero alleati tedeschi, lo chiamò e questi, girandosi verso di loro, mostrò la stella rossa sovietica sull’elmetto, svelando l’identità nemica. Al primo colpo della pattuglia italiana contro di loro – sparato dal cavaliere siciliano Petroso, che centrò il russo sotto il filo dell’elmetto – i sovietici risposero con un rabbioso fuoco di mortai e mitragliatrici che investì il quadrato italiano. Gli obici delle batterie a cavallo, risposero subito al fuoco, e la pronta reazione spinse i sovietici ad arretrare il loro schieramento, troppo vicino alle linee italiane. Accortosi della manovra sovietica, il comandante del “Savoia” colonnello Bettoni Cazzago ordinò: “Caricat!”. “Savoia!”, risposero, urlando, gli uomini dello squadrone già lanciati verso la folle carica sulle postazioni russe. Il secondo Squadrone, dopo aver effettuato un’ampia conversione, caricò a ranghi serrati e sciabole sguainate il nemico, lanciando anche raffiche di mitragliatrice e bombe a mano. I sovietici, completamente colti di sorpresa, vennero scompaginati e ripiegarono in disordine. Rimasto isolato dietro la linea nemica, il secondo Squadrone compiva quindi una seconda carica per rientrare nelle sue linee, aumentando così la confusione nello schieramento sovietico. I russi, in buona parte, si sbandarono, ma comunque ancora tennero il terreno e provocarono sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani. In quel momento il comandante del Reggimento fece appiedare il quarto Squadrone, e lo inviò a impegnare frontalmente il nemico, per alleggerire la pressione sul secondo Squadrone montato. La manovra ebbe momentaneo successo e nonostante i russi fossero, in buona parte, quasi allo sbando, alcuni nuclei reggevano ancora a quel punto. Il colonnello Bettoni ordinò la carica anche al terzo Squadrone. L’attacco fu violentissimo, lo squadrone irruppe sul campo di battaglia nel mezzo del fronte sovietico, che intensificava la reazione.  Molti sovietici alzavano le mani, altri fuggivano, altri ancora tentavano una difesa disperata. Era fatta. Uomini a cavallo avevano sconfitto altri, armati con armi ben più moderne. Il panico provocato dal terreno che vibra di fronte alla carica di uno squadrone di cavalleria e l’ardimento dei cavalieri del “Savoia” avevano portato a una vittoria insperata, incredibile. Verso le 9:30 il combattimento ebbe definitivamente termine, l’epica battaglia d’altri tempi poteva dirsi conclusa. Tra i fumi e le polveri della battaglia, tra i girasoli, sui campi ricoperti dei cadaveri di uomini e cavalli restavano i corpi senza vita di circa 250 soldati russi. Altri seicento si arresero: la metà di loro era stata ferita dalle sciabole. In tutto, il “Savoia” doveva lamentare 39 caduti, 53 feriti e più  di cento cavalli falciati dalle raffiche. Inoltre i nostri ottennero come prede di guerra 4 cannoncini, 10 mortai e una cinquantina tra mitragliatrici ed armi automatiche. Finita la dura battaglia il colonnello Bettoni, telegrafò al Re:“Il Savoia ha caricato, il Savoia ha vinto” . A Isbuschenskij venne realizzato quello che non era riuscito nel 1939 ai lancieri polacchi e agli sfortunati “Cavalleggeri di Alessandria” e si scrive la pagina migliore della storia pluricentenaria del “Savoia Cavalleria”. L’azione, coraggiosa quanto audace, portò, soprattutto, all’allentamento della pressione dell’offensiva russa sul fronte del Don e consentì il riordino delle posizioni italiane, salvando migliaia di soldati dall’accerchiamento. La carica di Isbuscenskij ebbe subito una vasta eco, in Italia suscitò vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa ed ampie cronache nei cinegiornali Luce; l’azione venne ampiamente sfruttata e ingigantita dalla propaganda del regime, anche se dal punto di vista militare fu un episodio di ridotta importanza.  a merita di essere commentato il giudizio finale dell’articolo: “Gli ufficiali tedeschi si congratularono con il colonnello Alessandro Bettoni, comandante del Savoia Cavalleria, dicendo: ‘Noi queste cose non le sappiamo più fare’. Un riconoscimento del valore dei soldati, ma anche dell’arretratezza delle tecniche militari italiane, quando ormai si era alla vigilia della guerra atomica”. La retorica dell’antiretorica, con la favoletta degli italiani arretrati perché usavano la cavalleria. Questo capita a chi crede che la Seconda Guerra Mondiale sia stata come nei film di guerra, fatta solo di carri armati e meccanizzazione. E così non era, sul fronte orientale la cavalleria fu ampiamente impiegata da rumeni, ungheresi, sovietici  che nel 1940 disponevano di 21milioni di cavalli. Infine a lanciare le atomiche furono gli USA, che disponevano nel 1940 di 14 milioni di cavalli, la cui ultima carica di cavalleria contro i giapponesi fu quella del 26th Cavalry Regiment a Luzon nel giugno 1942, due mesi soltanto prima di Isbushenskij, mentre l’ultima grande azione di cavalleria fu l’avanzata delle divisioni di cavalleria del generale Issa Piliev, una sovietica e quattro mongole, in Manciuria nell’agosto 1945, dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Giorgio Cortese
A cura di Giorgio Cortese

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