La nuova compagna nelle nostre vite: l’AI personale
Mi sono sorpreso l’altra sera a chiedere scusa al mio assistente vocale, una forma di AI personale che ormai tratto quasi come una presenza. “Scusa, non avevo capito”, ho detto. Un riflesso automatico, come se dall’altra parte ci fosse davvero qualcuno. E forse, in un certo senso, c’è. Osservo come la tecnologia stia smettendo di essere strumento per diventare compagna, come ho approfondito nella mia riflessione sul ruolo degli agenti intelligenti. Lo vedo ogni giorno: conversazioni con assistenti che conoscono i nostri gusti meglio di noi, algoritmi che suggeriscono cosa cucinare leggendo il nostro umore, app che personalizzano meditazioni sui nostri parametri biometrici.
L’AI personale è diventata intima, invisibile. Si nasconde nel frigorifero che ordina la spesa, nello specchio che analizza la pelle, nell’orologio che prevede lo stress. E soprattutto, vive negli smartphone come interlocutore sempre disponibile, mai giudicante, infinitamente paziente.
Quello che mi colpisce di più sono le companion AI: milioni di persone conversano con intelligenze artificiali non per risolvere problemi, ma per compagnia. Condividono pensieri, dubbi esistenziali, solitudine. Ho letto di chi confessa all’AI cose che non direbbe mai al terapeuta. Chi le augura la buonanotte. Non giudico. Viviamo nell’epoca della solitudine di massa, delle città affollate dove nessuno si guarda negli occhi. Come conferma uno studio della University of Pennsylvania sulle relazioni uomo‑AI, il bisogno di relazione sta trasformando il modo in cui interagiamo con la tecnologia. Un’intelligenza artificiale che ci ascolta davvero, che ricorda tutto, che non si stanca mai, può sembrare la risposta perfetta al vuoto che sentiamo.
La relazione emotiva con la tecnologia
Ma mi chiedo quale sia il prezzo. Ogni conversazione alimenta un profilo psicologico dettagliato. Ogni emozione diventa dato, ogni vulnerabilità informazione. Stiamo esternalizzando non solo la memoria, ma anche la riflessione. Deleghiamo all’algoritmo decisioni che richiedevano confronto umano, errore, crescita.
La mia domanda non è se l’AI personale sia buona o cattiva. È già qui. Mi chiedo invece: riusciremo a mantenerla come strumento senza farne una stampella emotiva? Potremo godere dei benefici senza perdere la capacità di stare con noi stessi?
Credo che l’equilibrio sarà la sfida del prossimo decennio. Usare l’intelligenza artificiale per amplificare la nostra umanità, non per sostituirla. Perché temo che un assistente perfetto rischi di farci dimenticare il valore dell’incomprensione, della fatica relazionale, della meravigliosa imperfezione dell’essere umani tra umani.

Alessandro Trani
Direttore editoriale del network Le Roy. Coordina contenuti e progetti multimediali delle testate del gruppo. Leggi di più
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Articolo tratto dal magazine 24orenews dicembre 2025












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