Patrick Facciolo Crea immagini con le parole

Patrick Facciolo è dottore in tecniche psicologiche e giornalista. Si occupa di divulgazione, formazione e coaching sui temi del Public Speaking, l’arte di parlare in pubblico. Autore di sei libri, è ideatore di Parlarealmicrofono.it e del podcast “Public Speaking Professionale”. Con Patrick cercheremo di comprendere se e in che modo è cambiata la richiesta di formazione sui temi di public speaking e quanto siano importanti in tema di comunicazione non solo le parole, ma la postura, i gesti, il nostro abbigliamento, la cosiddetta comunicazione non verbale.

In che modo è cambiata la richiesta di formazione sui temi del public speaking da parte delle persone in questi ultimi anni?
Il cambiamento più evidente è anche il più recente: riunioni, meeting e conferenze si sono trasferiti in modalità online. Se prima eravamo restii o pigri a usare questi nuovi mezzi, oggi ci siamo dovuti adattare all’esigenza di utilizzare la webcam per parlare in pubblico. Un altro cambiamento importante, è che mi sembra stiano aumentando i giovani poco abituati a parlare in pubblico. Forse una delle cause è che durante il loro percorso formativo affrontino più prove scritte e meno prove orali, e che questo nel tempo possa aver portato a un minor allenamento a parlare in pubblico.

Quanto è importante saper “scegliere” le parole?
Spesso faccio questo esempio: se devo dire “mela verde”, non basta semplicemente dire al mio interlocutore la parola “frutto”, non basta dirgli la parola “mela” (altrimenti potrebbe pensare, per esempio, a una mela di un altro colore). Dovrò dire proprio: “mela verde”. Per me che fosse una “mela verde”, era già chiaro dall’inizio, ma se non lo specifico, l’interlocutore riceverà un’informazione parziale, e la integrerà in maniera diversa rispetto a ciò che volevo davvero comunicargli. È importante riuscire a far vivere il nostro racconto come se il pubblico potesse vederne le immagini. Questo può permetterci di rendere la nostra comunicazione più esplicativa. Ne ho parlato nel mio primo libro, “Crea immagini con le parole”, del 2013.

I gesti contano quanto le parole?
Quando si parla di questo tema, spesso si fa riferimento a uno studio di Albert Mehrabian. Secondo gli interpreti di questo studio, le parole in comunicazione assumerebbero pochissimo peso, solo il 7%, mentre il resto dell’efficacia comunicativa deriverebbe della voce e dei gesti (93%). In realtà è stato lo stesso Albert Mehrabian a smentire che questa lettura delle percentuali si potesse applicare sempre e comunque. Come dico spesso, il pubblico è fatto di persone e di contesti, e non possiamo non tenerne conto. Se a un certo punto di una conferenza faccio un gesto che è considerato inappropriato, quel gesto potrà condizionare l’esito della mia comunicazione fino al 100%. Stessa cosa per una parola inappropriata (linguaggio verbale), oppure ancora se improvvisamente in una conferenza mi mettessi a gridare senza motivo (linguaggio paraverbale). Insomma, non si tratta di percentuali, ma di considerare gli eventi, i contenuti e le modalità, nel loro contesto. Sempre restando sulla gestualità: prendiamo il mito delle braccia conserte, che secondo molti rappresentano un gesto di chiusura nei confronti del pubblico. È importante considerare che non c’è una sola lettura possibile di questo gesto, e che le ragioni per cui una persona può scegliere o meno di tenere le braccia conserte nel corso di una presentazione possono variare da individuo a individuo: c’è chi sceglie di fare così semplicemente perché in un dato momento si sente più comodo, e non per un atteggiamento di chiusura. Semmai possiamo preoccuparci del “per quanto tempo” teniamo le braccia conserte, in modo da non rendere la nostra gestualità troppo ripetitiva.

Quando parliamo in pubblico “andare fuori tema” è un rischio da evitare?
Andare fuori tema per alcuni secondi talvolta può essere utile. Frasi del tipo: “so che alcuni di voi hanno trovato traffico per arrivare fin qui”, se sono spontanee e sentite, possono servire per empatizzare col nostro pubblico. Lasciare per qualche momento il topic (l’argomento della discussione) per coinvolgere il pubblico, può essere un modo per mantenere vivo l’interesse, dimostrando attenzione per chi abbiamo di fronte. L’importante è che sia una scelta adeguata al contesto, che possa includere il pubblico e favorire l’attenzione.

La comunicazione non verbale conta? L’abito fa o non fa il monaco?
L’abbigliamento è un elemento non verbale che ha il suo peso nella comunicazione. Tuttavia, anche in questo caso, non posso dare una risposta univoca a questa domanda. Se dicessi in assoluto che “l’abito fa il monaco” starei implicitamente sostenendo che tutti, nel pubblico, interpretano le stesse scelte nella stessa maniera. E come dicevamo prima per le braccia conserte, fortunatamente non è così. Perché siamo esseri umani, ciascuno con le sue specificità e modalità con cui interpreta la realtà. Quando scegliamo come vestirci per una conferenza è importante essere dei bravi osservatori del contesto (ci troveremo in un contesto formale o informale?), e avere consapevolezza che le nostre scelte di abbigliamento, così come le parole, così come i gesti, sono tutti elementi che hanno un ruolo nella nostra comunicazione. Ma che non potremo mai controllare e definire a priori, al 100%, come verranno ricevuti e decodificati dal pubblico.