Marco Giordano Pinacoteca Agnelli Ph. Sebastiano Pellion di Persano

In questa settimana torinese tutta dedicata all’arte, la Pinacoteca Agnelli dà il via alla nuova stagione di mostre. Anche la Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca sull’iconica pista di collaudo delle automobili Fiat, si arricchisce di nuove installazioni site-specific con nuove opere tutte da vedere. Il programma del progetto artistico sulla Pista, a cura di Sarah Cosulich e Lucrezia Calabrò Visconti, offre prospettive plurali sull’arte pubblica, ospitando opere sempre nuove, inaugurate gradualmente nel corso nei prossimi anni. L’idea è quella di una mostra all’aperto che si sviluppa nel tempo oltre che nello spazio, con dialoghi inediti tra le opere esposte, la strada e il giardino che le ospitano, e il paesaggio circostante. Ecco per voi una interessante intervista alla direttrice della Pinacoteca Agnelli, Sarah Cosulich, che ha ricoperto diversi ruoli di responsabilità per importanti istituzioni culturali in Italia e all’estero, ed è stata direttrice di cinque edizioni di Artissima, dal 2012 al 2016.

Lucrezia Calabro Visconti Sarah Cosulich

Intervista di Sergio Buttiglieri*

Ci racconti in che cosa consiste questa seconda fase della Pinacoteca Agnelli che avete inaugurato oggi?
Sono stata chiamata nel maggio scorso a dirigere questa istituzione. Ho proposto un percorso più contemporaneo che connettesse la collezione storica al presente, con 3 progettualità fra cui la grande novità è l’uso della pista. Lo spazio esterno molto affascinante, perché sul tetto del Lingotto, ex pista dei test di collaudo automobilistici. Luogo iconico di Torino, della produzione industriale, della Fiat, della velocità. Quindi il progetto della pista che apre al pubblico come un vero spazio pubblico sul tetto come la High Line newyorkese. Dove ogni volta invitiamo artisti contemporanei internazionali molto importanti in visita e quindi assieme a loro elaboriamo dei progetti che dialoghino specificamente con questo luogo. Installazioni molto sorprendenti e coinvolgenti anche per un pubblico vasto che magari non conosce direttamente l’arte contemporanea.

Questo in effetti ha portato veramente migliaia di persone sulla pista. E poi eventualmente a far entrare, come fanno moltissimi, negli spazi interni dove c’è una collezione storica permanente del ‘700/’800 e ‘900 che dialoga però col contemporaneo attraverso progetti di connessione come quello di Picasso e Dora Maar.
Sì, e con grandi prestiti internazionali, ad esempio quelli della mitica Fondazione Beyeler. Abbiamo fatto una mostra che era veramente una chicca. Con delle opere importantissime di Picasso che raccontavano non solo Dora Maar, non solo come musa e amante, ma anche e soprattutto come artista, con le sue fotografie.

È in questa seconda fase cosa proponete alla città di Torino?
La seconda edizione è il progetto con Simon Starling che invece rilegge l’opera di Tiepolo della Collezione Agnelli. Quindi l’idea è che ogni volta un’opera della nostra collezione Giovanni e Marella Agnelli venga spostata in questo spazio e diventi il punto di partenza per un progetto che racconta ciò che è assente, l’idea della Collezione, non solo le presenze ma anche quello che manca. E che viene raccontato o attraverso incroci con altre opere importanti in prestito da altri musei, oppure con lo sguardo di artisti contemporanei che ne elaborano e raccontano altre storie.

La collezione permanente comunque ritengo che rimanga sempre il fulcro di questa vostra istituzione.
Sì, certo, però poi riesce a fare da ponte fra la pista estremamente contemporanea site specific, creata sempre da artisti per l’occasione e la collezione storica. Quindi per riattivare il passato, abbiamo la mostra al terzo piano, che è sempre dedicata a grandi figure dell’arte contemporanea, spesso pionieri. Adesso abbiamo presentato Sylvie Fleury. Però è una mostra molto pop, spettacolare, che parla del desiderio, della produzione di valore nella contemporaneità e lo fa con un linguaggio che si relaziona moltissimo con la storia dell’arte e all’opera di artisti uomini.

Un tema importante che hai attivato è quello della presenza femminile.
Perché appunto spesso quello che è stato assente da questo luogo è stata la presenza femminile. Perché era il luogo della fabbrica, del lavoro. Quindi un’attenzione alle artiste donne è importante tanto che tra le opere della pista c’è un’opera di Louise Lawler, che è un’importantissima fotografa e artista americana che lavora sulla pista con un audio installazione dove ci sono degli uccellini che cinguettano e uno pensa che siano degli uccellini, ma in realtà in quel cinguettio ci sono i nomi di tanti artisti uomini diciamo della storia dell’arte contemporanea. Quindi è un lavoro anche molto ironico che sta perfettamente in questo spazio. Quindi lavoriamo sulle tematiche diciamo un po’ più femministe, di genere, ma anche di relazione con l’architettura come ha fatto Liam Gillick, o Mark Leckey, nel suo video in CGI sulla parabolica. Audio, performance, cultura, fra virgolette, più classica e opere con la luce.

Quindi mi pare che la tua idea vincente sia quella di riflettere sul monumento oggi. Come l’idea di monumento pubblico si è modificata e come la contemporaneità deve valutare nuove forme di monumenti che si adattino e dialoghino con le tematiche dell’oggi.
Dal cambiamento climatico all’ecosostenibilità, alle questioni di genere, all’inclusività. Questo è uno spazio che poi ha lavorato molto sull’idea di inclusività. Quindi è uno spazio che si apre a pubblici diversi. Il fatto che sia anche un giardino gli dà una dimensione molto piacevole che fa percepire al pubblico che l’arte contemporanea non è più solo dipingere col pennello ma anche in queste nuove forme espressive come, ad esempio, questa opera di Marco Giordano, che ci ricorda una strada, la strada nel paesaggio. Che però in realtà è una poesia, un gioco di poesia concreta, nel senso che anche i suoni onomatopeici, sono due messaggi che incrociano a seconda da che parte giri per la pista. Perché alla fine siamo su un giardino, però è un giardino che in qualche modo convive con una pista. E il fatto che ci siano i lavori che riflettono la segnaletica stradale, i lavori con la parola, con tutti quei messaggi che appunto sono tipici.

Vedo che uno dei temi importanti che hai fatto affrontare ai tuoi artisti è la problematica del cambiamento climatico e della relazione fra spazio intimo e privato.
In effetti con il gruppo Superflex e la sua opera it is not the end of the World si parla del cambiamento climatico e dello spazio intimo, privato e dello spazio pubblico, perché questo è uno spazio pubblico. Poi abbiamo Yes to All di Sylvie Fleury sull’entrata di questa istituzione che prima ospitava mostre di Pinacoteca. E quindi l’inclusività, l’apertura a tutti con la precarietà dei messaggi che ci arrivano sul telefono con le condizioni di utilizzo.

SUPERFLEX
Superflex

Ci racconti la grande mostra di Sylvie Fleury al terzo piano?
La mostra di Sylvie Fleury è una mostra tutta interamente prodotta qui. È una istituzione che prima ospitava, adesso le produciamo tutte internamente. Siamo in 13 colleghe donne. Con un team poi di ingegneri e tecnici che ci seguono. Perché il lavoro qui è un lavoro molto molto complesso. Però tutto viene prodotto internamente. Quindi con produzioni e aziende locali che lavorano con questi diversi materiali che sono richiesti. Tutto, dal concept delle mostre, con il completo programma estivo pieno di eventi in cui sarebbe molto bello portare il teatro, la musica, la danza. Quindi ci piacerebbe molto espandere le potenzialità.

E lo spazio della rampa come lo hai valorizzato?

La rampa è uno spazio molto interessante a livello di performance, di performatività. Agendo anche sulla percezione sonora come nel lavoro della britannica Cally Spooner che fa risuonare come cassa armonica l’architettura della fabbrica. Oppure con l’opera di Liam Gillick che utilizza una grande distesa di glitter rossi che oscilla fra una forma architettonica astratta e la materializzazione metaforica delle speranze e dei sogni delle lavoratrici e dei lavoratori raccolti sotto i piedi. Abbiamo appena iniziato. Tutto questo programma lo abbiamo costruito in pochissimo tempo. Ho iniziato a fine novembre scorso e a maggio avevamo già in piedi 3 mostre, un bar, il Fiat caffè 500 è stato creato proprio per trasformare questo posto in una destinazione. E ci sono centinaia di persone qui. C’è anche un ristorante sulla pista. Una grande avventura istituzionale torinese. Che ha ottenuto un lancio stampa incredibile sia in Italia che all’estero. Lanciati praticamente come una nuova istituzione. In Italia con l’aiuto della pr Paola Manfredi e all’estero con la pr Satton.

All’estero il giornale Freeze ha definito la mostra di Sylvie Fleury come la mostra più bella in Europa.

In effetti è stata una grande soddisfazione leggere questi riconoscimenti internazionali. Questo è il razzo di Sylvie Fleury che si chiama First Spaceship on Venus che sono tutte queste simbologie maschili, anche ovviamente falliche e legate all’ambizione maschile e a dei mondi che sono stati sempre prettamente maschili in passato, però colorati con questo colore che sembra la lacca per le unghie o l’ombretto. Tutte opere temporanee che a volte ne prolunghiamo l’esposizione di qualche mese. Queste forbici Die Doppelgängerin sono di Valie Export che è la pioniera austriaca del femminismo nel rapporto tra corpo e architettura. Lei è quell’artista che in Austria si fotografava distesa nuda negli spazi urbani. Ed è quindi un artista che parla molto di genere, e questa scultura che si chiama Die Doppelgängerin gioca con la parola al femminile. È una forbice duplicata. Questo gesto femminile del “taglia e cuci” però lo ha usato come un’arma e moltiplicato nelle sue possibili identità.

Riguardo all’ultima installazione a Paris + par Art Basel di Anna Francescini, artista che tu conosci bene avendola coinvolta quando dirigevi la Quadriennale di Roma, cosa ne pensi?
Ritengo che Sanlorenzo abbia fatto una bella scelta nel portare nel suo spazio l’installazione site specific di Anna Franceschini alla prima edizione di Paris+. Ho particolarmente apprezzato il suo progetto e Anna Franceschini è, secondo il mio parere, una delle artiste italiane più interessanti. Per noi è stato bellissimo lavorarci in Quadriennale quando ero io a dirigerla. Ricordo quella sua opera che dialogava fortemente con lo spazio anche con questo movimento, con tale artificio, con tutti i suoi riferimenti cinematografici e l’idea del display. Siamo stati molto felici di coinvolgerla anche nella pubblicazione del nostro ultimo catalogo della mostra di Sylvie Fleury che abbiamo presentato il 4 novembre ad Artissima. È un catalogo che ha un format come una rivista di moda. Con contributi di 12 storici dell’arte e critici che hanno giocato tutti con il format della moda. Dai Fashion Spread: Fur Fetish all’oroscopo della moda. E Anna Franceschini oltre ad avere in se tutta la tematica del display, ha scritto proprio un saggio che tocca tutte queste questioni nel libro dedicato a Sylvie Fleury. Insomma, è una collaborazione che va ancora avanti con piacere la mia con Anna.

Complimenti Sarah per essere riuscita a far rivivere in maniera così empatica questa pista del lingotto contaminandola con l’arte contemporanea e rendendola una sorta di High Line newyorkese in Italia.
“Si esattamente il mio vuole essere un progetto empatico che vuole coinvolgere tutti. Anche chi semplicemente viene a fare una passeggiata sulla pista per godersi il panorama e il giardino. E nel frattempo scoprire queste installazioni inaspettate di grandi artisti contemporanei. Una potenzialità di pubblico che è molto maggiore di quella di un museo.

Sergio Buttiglieri

*Sergio Buttiglieri
Style Director Sanlorenzo Spa – Yacht
Cantieri navali di Ameglia (SP)

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