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Sila Dono Sovrano

Una mostra fotografica 

 

Cosenza – Palazzo Arnone – Salone giallo

Dal 26 febbraio al 27 marzo 2011
 

GLI ARTISTI E LE OPERE

Testi di Elena Paloscia, tratti da Sila Dono Sovrano

TONY ATHERON

Tony Atheron, autodidatta, ha cominciato a fotografare in giovanissima età dopo aver ricevuto in regalo la sua prima macchina fotografica. Ormai esperto fotografo, stampa in bianco e nero nella propria camera oscura. Recentemente si è dedicato alla fotografia digitale gestendo sempre perso- nalmente tutte le fasi del processo, dallo scatto alla stampa. Suo interesse prevalente è nel paesag- gio, di cui interpreta metaforicamente le interazioni con l’uomo e le trasformazioni nella sua terra. Le sue fotografie sono pubblicate in riviste di architettura a tiratura nazionale. Ha partecipato a varie mostre collettive.

RICORDI ELLENICI

L’acqua è una delle glorie della Sila: ovunque sgorga in freschi ruscelletti fra i ciottoli e scorre giù per le pendici per unirsi ai grandi torrenti che vanno verso le terre costiere, malsane e desolate della Magna Grecia…Uno dei fiumi maggiori è il Neto , il classico Nehaithos cantato da Teocrito che sfocia in mare a nord di Crotone: S. Giovanni sovrasta le sue acque furibonde e aiutandosi un poco con l’immaginazione è possibile seguirne l’intero corso dalla cima del Pettina Scura.

Norman Douglas, 1915

Con queste parole al principio del secolo scorso il viaggiatore scozzese Norman Douglas aveva descritto una delle peculiarità fondamentali del territorio silano, l’abbondanza di acque e al tempo stesso nel descrivere il corso del fiume Neto parla di “acque furibonde”, di quelle stesse acque che portano energia, vita, mistero e sono state per i greci vie d’accesso in un territorio incognito, ancora vergine. Proprio a quei pionieri provenienti dall’“Ellade luminosa”, di cui restano scarse vestigia nelle sepolture rinvenute nella valle del Neto, rende idealmente omaggio il lavoro di Tony Atheron, ispirandosi a coloro che non si sono lasciati spaventare dall’ignoto, da quanto avrebbero trovato una volta risalito il fiume. Percorrendo a ritroso l’antica migrazione, a partire dalle sorgenti e scendendo fino al mare, il fotografo evoca la leggenda delle donne troiane, prigioniere degli Achei, che stanche di girovagare diedero fuoco alle navi per porre fine al viaggio ed alimenta l’immaginario svelando vedute e scorci d’intensa poesia. Il lavoro di Atheron si snoda così in un percorso della memoria in cui una patina d’antico rende tutto più sfumato e lontano. Nel fluire delle acque, negli scorci dei paesaggi che il fiume Neto solca attraverso luoghi impervi o distese pianeggianti ritroviamo allora le radici di un popolo, forse di tutti i popoli. L’acqua è elemento primario, non a caso il fotografo utilizza la tecnica del “fuoco selettivo”, ma lo scenario che la circonda mostra indizi di un passaggio umano. La felce, pianta primitiva, sembra qui rappresentare il senso della continuità, della storia. Seguendo il percorso attraverso immagini ricche di prospettive audaci e coinvolgenti ritroviamo nel tempo presente una costante della storia della Sila, i tronchi d’albero tagliati. Sono un particolare eloquente, evocano la spoliazione dei boschi, il loro sfruttamento sin dall’antichità per il legname e per la pece, la linfa preziosa di cui i pini silani erano prodighi. Un sottile filo rosso conduce inevitabilmente alla storia più recente che ha visto la distruzione delle foreste nel corso dell’ultima guerra. Dietro questa immagine si legge tuttavia anche un’altra storia, quella dell’uomo, della sua relazione con il bosco, con la vegetazione spontanea, con l’albero che contende il territorio all’uomo e che sottrae terreno alle coltivazioni, alle possibilità di sussistenza. Eppure sono ancora loro, gli alberi e il fiume, i protagonisti del paesaggio, oggi che la cultura muta rapidamente in una direzione opposta, in cui la sinergia tra uomo e ambiente appare prioritaria. Per questa ragione il lavoro di Tony Atheron sembra costituire un lirico ed intenso compendio di storia di una civiltà: qui l’uomo non appare ma lascia indelebili le sue tracce nonostante la ferma determinazione della natura a riappropriarsi del territorio, come già aveva sotto