Wim Wenders incanta il Maggio Musicale di Firenze con Bizet
La regia di Wim Wenders ha conquistato il pubblico del Maggio Musicale Fiorentino alla Prima, regalando una lettura intensa e poetica di Les Pêcheurs de perles di Georges Bizet. Un debutto lirico attesissimo per il celebre regista cinematografico, che ha affrontato per la prima volta il mondo dell’opera con uno sguardo essenziale e profondamente musicale. Autore di capolavori come Paris, Texas e Il cielo sopra Berlino, Wenders ha scelto di mettere in scena un’opera che amava da sempre, sebbene raramente rappresentata nei teatri d’opera europei.
La scelta di Bizet e il debutto operistico
Come racconta lo stesso Wenders, fu Daniel Barenboim a lasciargli piena libertà nella scelta del titolo. La proposta cadde su Les Pêcheurs de perles, opera giovanile di Bizet su libretto di Michel Carré ed Eugène Cormon. La prima mondiale della produzione firmata da Wenders ha debuttato a Berlino nel 2020, segnando un esordio importante anche per Barenboim, che affrontava per la prima volta questo titolo. Composta nel 1863, quando Bizet aveva solo 25 anni, l’opera fu inizialmente accolta con dure critiche, giudicata poco originale e drammaturgicamente debole. Il tempo, però, ne ha rivelato la ricchezza musicale e la forza emotiva.
Una storia di amore, amicizia e tradimento
La vicenda ruota attorno a tre personaggi. Leïla, interpretata da Hasmik Torosyan, è una figura affascinante e ambigua: sacerdotessa e amante, fragile e determinata. Accanto a lei ci sono Nadir, il tenore Javier Camarena, e Zurga, il baritono Lucas Meachem, amici d’infanzia legati da un giuramento: rinunciare all’amore per la stessa donna per preservare la loro amicizia. Nadir ha viaggiato per dimenticare Leïla, ma non ha mantenuto la promessa. Zurga, divenuto capo del villaggio di pescatori, ha soffocato i propri sentimenti fino a diventare un uomo disincantato. Quando i tre si ritrovano nello stesso luogo, il passato riaffiora e il destino prende il sopravvento.
Il coro e la dimensione collettiva
Accanto ai protagonisti, il coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato da Lorenzo Fratini, assume un ruolo centrale. Non è un semplice sfondo folkloristico, ma una comunità viva e inquieta: curiosa, violenta, fragile, capace di essere allo stesso tempo vittima e carnefice. Wenders evita ogni stereotipo esotico. I pescatori di perle non sono cartoline turistiche, ma una folla umana attraversata da tensioni profonde.
Una regia fatta di vuoto, luce e ascolto
La scena è ridotta all’essenziale. Sul palcoscenico non c’è quasi nulla: solo corpi e luce. Le scenografie minimali di David Regehr e il lavoro del lighting designer Olaf Freese trasformano la spiaggia in uno spazio simbolico, che muta dal giorno alla notte fino all’alba successiva. La luce diventa racconto: sole, tramonto, buio, rinascita. Anche i costumi di Montserrat Casanova sono fuori dal tempo, capaci di definire i personaggi senza collocarli in un’epoca precisa.
La musica al centro
Il regista ha voluto riportare l’attenzione sull’ascolto. «Non voglio che il pubblico ricordi solo immagini grandiose – spiega Wenders – ma che sia la musica a raccontare la storia». Un intento pienamente realizzato grazie alla direzione musicale di Jérémie Rhorer, che ha messo in luce la modernità di Bizet e i legami con la tradizione francese e pucciniana. In Bizet, emerge una spontaneità melodica rara, che lo collega a Rameau e anticipa sensibilità del Novecento, fino a Bernstein.
Cinema e opera: un dialogo riuscito
Wenders utilizza il linguaggio cinematografico per dare forma ai flashback del libretto, trasformando il ricordo in immagine. Il lavoro con i solisti è stato naturale e stimolante. Più complesso, invece, il rapporto con il coro: «Avere davanti 86 persone che cantano con una forza monumentale è un’esperienza unica. All’inizio è come trovarsi davanti a un animale potente, che devi imparare a comprendere prima ancora di guidare».
Con Les Pêcheurs de perles, Wim Wenders firma una regia che non sovrasta la musica, ma la serve. Un debutto lirico raffinato, capace di dimostrare come cinema e opera possano dialogare nel segno dell’ascolto, della memoria e dell’emozione.
A cura di Sergio Buttiglieri











