Andy Warhol Dollar

«Fare denaro è un’arte. Lavorare è un’arte. Un buon affare è il massimo di tutte le arti». Quando Andy Warhol abbozzava in questa sintesi tanto cinica quanto realistica il concetto di arte, forse non immaginava quanto oggi pochi fatichino a non riconoscersi.
Galeotto forse il vezzo del re della Pop Art americana di firmare il dollaro verde per trasformarlo ipso facto in una irripetibile opera unica, poi gentile omaggio ai suoi ospiti della Factory, e forse profetica anticipazione delle più conosciute serie di versioni originali che l’avrebbero reso iconico.
Da allora il mercato dell’arte, tra strumentalizzazioni commerciali, quando non politiche, e pura passione estetica, si è polarizzato sempre più su posizioni valoriali di tutto rispetto, diventando rappresentazione di interessi economici sempre più ingombranti.
L’opera come prodotto del genio dell’artista, dunque come bene mobile (o immobile, o adesso come bene addirittura dematerializzato) ha affiancato sempre più al suo valore storico artistico, il significato preciso di asset economico.
È noto come il mercato globale dell’arte si sia attestato nell’ultimo triennio intorno a valori medi superiori ai sessanta miliardi di dollari annui, valori che hanno conosciuto solo una marginale contrazione solo in tempo di pandemia e di lockdown planetario,  sapendosi tuttavia reinventare attraverso gli strumenti della digitalizzazione, della cripto art, dei non fungibile tokens, in processi economici innovativi di forte impatto, che vedranno nei prossimi anni un largo impegno, sia in termini di fatturato, sia in termini di sforzi legali, e auspicabilmente legislativi, tesi alla tutela attenta tanto agli scambi di valore quanto al raggiungimento di obiettivi ambiziosi di natura tecnico legale, come la ridefinizione del concetto stesso autorialità, di proprietà privata, di libera circolazione dei beni, solo per accennare ad alcuni esempi.
Così il mercato dell’arte, solo in apparenza di facile seduzione, è diventato il luogo d’elezione per la moltitudine di player spesso istituzionali, come case d’asta, fondazioni, archivi, e privati come art advisor, fondi di investimento, e numerosi profili dell’intermediazione e della consulenza, lasciando tuttavia pericolosamente vuota la sedia di organi regolatori riconosciuti, che possano governare la tendente opacità delle transazioni nonché le caratteristiche spesso illiquide e estremamente soggettive, quando non emotive,  del valore e della valorizzazione degli asset.
Non è un caso che l’arte sia sempre stata rappresentazione del potere, non solo economico. Appannaggio di poche élite nel passato come nel presente, imperatori come papi o mecenati illuminati del nostro Rinascimento, quando non espressione della competizione geopolitica delle grandi contrapposizioni del Novecento, il prodotto artistico è diventato oggi ancor più il luogo dell’utile, più che del bello. Del profitto, del rendimento, della redditività promessa o attesa, più che della gratuità, della libera fruizione.
Rimane tuttavia, e sempre, anche fucina di cause ed effetti delle grandi trasformazioni, delle più audaci riflessioni sociali, politiche e filosofiche. Arena del dibattito dell’etica, come dell’estetica. Per questa ragione esposta anche all’emozione e al sentimento che suscita e così ancor più meritevole di un’attenta e scrupolosa strumentazione professionale e legale che sappia trasformarla, invertendo la citazione pop, anche “nel massimo di un buon affare”.

Avv. Gaia Fusai

 

Avv. Gaia Fusai
Milano, Viale Bianca Maria 5
gaia.fusai@studiolegalefusai.it

 


Tratto da
Milano 24orenews italiadagustare Ottobre 2021
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