Don Mazzi
Don Mazzi

EXODUS:

LA RINASCITA DEL PARCO LAMBRO

Crediamo di conoscere a fondo il nostro territorio, mentre il paesaggio che ci circonda è uno scrigno ricco di tesori a volte a noi sconosciuti, troppo spesso per pigrizia. È il caso del Parco Lambro, uno dei più grandi della città di Milano. È stato creato a est della città negli anni ‘40 – su progetto di Enrico Casiraghi – come polmone verde sul modello del tipico paesaggio lombardo: dalla collina con le valli e due piccoli laghi, alla pianura intersecata dal fiume e da innumerevoli rogge immissarie ed emissarie; boschi di querce e carpini bianchi, salici lungo le sponde, cascine con prati irrigui e arativi. Purtroppo del parco originale non rimane molto. Durante la guerra molti alberi furono tagliati (per ricavarne legna da ardere) e ripiantati in seguito con una piantumazione non selettiva. Inoltre, a causa del noto inquinamento chimico del fiume, dagli anni ‘70 in poi, i caratteristici laghetti alimentati dalla fitta rete di rogge sono stati prosciugati da anni. A tutto ciò si sommarono gli effetti dell’incuria e dell’abbandono e persino della compromissione dell’ordine pubblico, con prostituzione, spaccio e consumo di droga. Oggi la situazione è cambiata dal punto di vista ambientale, da quello sociale a quello della manutenzione del patrimonio arboreo e delle strutture, grazie all’arrivo nel parco della Comunità Exodus fondata da Don Antonio Mazzi per il recupero dei tossicodipendenti. La storia di questi venticinque anni è raccontata in diversi libri di Don Mazzi: dalle siringhe infilzate nei tronchi di un ferito Parco Lambro degli anni ‘80 alla rinascita e riconquista di questo polmone verde, al recupero della “Capanna dello zio Tom” per farne un centro ricreativo per i giovani. Tutto grazie proprio all’impegno di Exodus. Sede della Fondazione è la Cascina Mulino Torrette in via Marotta, nell’area nord-est del parco, che è stata completamente ristrutturata e di cui esistono ancora le due ruote a pale e le macine del mulino.

DON ANTONIO MAZZI

“IL RAGAZZO IRREQUIETO”

Don Mazzi è il personaggio di questo mese. In tanti lo abbiamo conosciuto grazie alle sue molteplici apparizioni in TV, ma per i nostri lettori abbiamo voluto incontrarlo da vicino, proprio nella sua “casa” nel Parco Lambro. Per un’ora ci ha raccontato con semplicità ma grande passione i fatti che hanno segnato la sua vita e indirizzato le sue scelte. La morte del padre, l’infanzia estremamente dura, le difficoltà scolastiche, le vicende tragiche dell’Italia, dall’alluvione del Po alla contestazione, alla lotta alla droga, e gli incontri che anno cambiato la sua a vita. A 84 anni non ha perso la voglia di “cambiare” ancora questa società e ci ha indicato le sue tre priorità: famiglia, carcere minorile, scuola media.

Intervista a cura di Carlo Kauffmann e Alessandro Trani

Don Mazzi, un “ragazzo” un po’ irrequieto?
Molto irrequieto, direi borderline… mia madre, veneta, mi chiamava “bastardo”! Ho perso mio padre da piccolo: eravamo due fratelli, un solo letto per dormire, nonostante mia madre si spezzasse la schiena per lavorare abbiamo patito la fame vera e io, guardando come stavano i nostri cugini che avevano tutto, ho capito che in questa vita vi era qualche cosa di profondamente ingiusto. A scuola ero molto irrequieto ma la maestra capiva il mio stato d’animo e spesso quando mi puniva, mettendomi dietro la lavagna, era per darmi un panino di nascosto.

Ci racconta il suo incontro con il Po?
Un evento catastrofico, l’alluvione del Po, ha cambiato la mia vita. Erano gli anni 50/60 e il Vescovo di Ferrara chiese aiuto a Don Calabria perché aprisse lì una casa di prima accoglienza per i bambini rimasti soli. Don Calabria mi mandò sul Po e io compresi subito l’entità di quella tragedia e, credetemi, “l’urlo dell’acqua è spaventoso e incute paura molto più del fuoco”. Mi sono trovato con 200 ragazzini che in un attimo avevano perso tutto. Ho detto al Vescovo di Ferrara “voglio fare il prete ma non in parrocchia, voglio stare con chi ha bisogno”… e così è stato.

Cominciò una nuova vita…
Sì. Sono andato a Primavalle, a Roma, e lì ho vissuto il ’68 proprio come un prete di frontiera. Nel ‘69 mi hanno chiesto di tornare a Verona per occuparmi di ragazzi affetti da disabilità che allora venivano internati nei manicomi. Ho iniziato a lavorare con Basaglia, con Vittorino Andreoli, per organizzare “piccole comunità” che consentissero una vita più umana a questi disperati. Poi sono arrivato a Milano e qui mi sono fermato, anche perché stava arrivando il “ciclone droga”. Era un gran salto passare dalla disabilità alla droga, voleva dire affrontare mafia, morte, ma bastardo come sono volevo combattere, andare contro il parere di tutti. Con la creazione di un “piccolo esercito” abbiamo illuminato e controllato il parco, e attuato la grande operazione “pulizia” dove in un giorno raccogliemmo 7 pullman di tossici, molti ancora con le siringhe infilate addosso. Lì è nata la prima “Carovana Exodus”, era il 25 marzo 1984, trent’anni fa!

Don Mazzi Exodus

Exodus segnava quindi l’inizio della sua lotta alla droga…
Non solo alla tossicodipendenza, perché per arrivarci c’è una serie di cause da capire ed affrontare, il disagio, lo spaccio, la galera, la bulimia, l’anoressia. Ho sempre voluto piccole comunità senza cancelli da chiudere, qui possono venire a dormire, a mangiare, a studiare, a lavorare. Vi dormono non più di 25 ospiti, molti per misure alternative al carcere.

Quindi potrebbero scappare?
Qui scappano pochissimo, bisogna insegnare che l’unica alternativa per ognuno di questi ragazzi è “imparare l’uso corretto della libertà”. Scappano? forse, ma certo tornano.

Quando vengono a chiedere entrare, c’è una sorta di selezione?
Sì certo, ma al di là dello psicologo in camice bianco, preferisco mangiare con loro e capirne i problemi…

Don Mazzi Exodus 2

Ma qui c’è Don Mazzi e nelle altre 40 strutture che succede?
Ci sono tre responsabili per ogni struttura più sette o otto volontari anche specialisti, ma non c’è alcun segno di riconoscimento, mangiano tutti insieme, quello che ha ammazzato e lo specialista o il volontario.
 

Don Mazzi e la TV, un rapporto “delicato”?
Certo mi ha fatto bene e male, ma gente come noi non può non comunicare ma deve sapere che si può anche essere non capiti. Sapevo che mi sarei messo in una situazione delicata, perché non volevo uno spazio nella tv dei preti, volevo la televisione dei laici. Ho avuto uno spazio in un programma di grande ascolto come “Domenica In” in compagnia di Mara Venier. Ho avuto milioni di spettatori e una infinità di critiche. Io non sono un prete da tavole rotonde che poi, come dico sempre, non servono a contrastare i drammi come quelli che affrontiamo tutti i giorni. Io preferisco girare per il Parco Lambro a “raccattare” qualche disgraziato o andare alla Stazione Centrale a parlare con le prostitute per sapere e capire perché lo fanno.

Uno dei suoi libri s’intitola “È severamente proibito fare figli”… ma come!
Voi dovete capire che io sono veronese, e un proverbio dice “Veronesi tutti matti”. Ho un ampio ramo di pazzia e mi godo la provocazione: mi interessano poco i ragionamenti perché le provocazioni arrivano prima. Avevo già scritto un libro “Pinocchio e i suoi fratelli”, poi “Come rovinare un figlio in dieci mosse” e adesso “È severamente proibito fare figli”: una grande provocazione, perché dove non ci sono figli non c’è speranza.

Ma cosa dice ai genitori di oggi
Dico che occorre una grande riflessione sull’essere genitori oggi, soprattutto essere padri oggi: questi devono capire che prima di essere imprenditori, dirigenti, sono padri. Abbiamo lasciato l’educare solo alle madri. Adesso è urgente cancellare certi luoghi comuni, oggi che anche le madri lavorano. Occorre che scriva un nuovo libro dal titolo “È urgente uccidere le madri”. Perché siamo tutti figli delle madri e per la madre un figlio non matura mai, noi abbiamo invece eliminato i padri e, dove non c’è un padre, non c’è futuro. Il padre tira fuori il figlio dalla “pancia della casa”.

E riguardo ai giovani?
I giovani oggi hanno infinite possibilità, ma prima facciamoli diventare grandi. Devono impegnarsi, se fanno i pizzaioli per tre mesi non succede niente, non possono uscire dalla scuola e pensare di fare subito i banchieri, devono capire che cosa vuol dire portarsi a casa 2-3 euro faticando, non si può lasciargli credere che sono su una “strada asfaltata” perché prima o poi trovano un incidente e sono finiti… si sparano.

Don Mazzi, ci dice cosa vorrebbe realizzare ancora?
Tre cose: una famiglia diversa, dove educhino padri e madri. Abolire i carceri minorili, i ragazzi che sbagliano devono pagare ma non in galera, dove solo peggiorano. Rifare la scuola media inferiore Cinquant’anni fa eravamo bambini fino a 14 anni: oggi da 10 a 14 anni esplode la prima adolescenza, è l’età più delicata e gli insegnanti non sono preparati a questo.

E del nostro Papa cosa pensa?
Straordinario! Viene dalla grande scuola dei gesuiti ed è riuscito a semplificare le cose più difficili. Quando dice alle suore “non fate le zitelle” è fantastico, l’altro Papa chissà quale giro di parole avrebbe fatto! Papa Francesco non ha niente da perdere, i gesti che fa non sono mai casuali, se apre una porta trova gente dovunque, mangia e dorme con gli altri… È lì che c’è il gesuita. Gli altri possono dire quel che vogliono.

Grazie, Don Mazzi la lasciamo ai suoi impegni, con la speranza di poter accompagnare i nostri giovani verso un futuro davvero migliore.