Era dicembre dello scorso anno quando la proposta del Governo di depenalizzare il reato di frode dell’olio extra vergine di oliva, aveva sollevato le rimostranze e le critiche dei produttori olivicoli e delle lobby agricole.
Con tale proposta, il Governo sembrava intenzionato a derubricare il reato di “falso in etichetta” commesso da quei produttori che mettono in commercio miscele di extra vergine di oliva ottenuto con olio spagnolo, tunisino, greco o siriano, spacciandolo per 100% italiano. Nello specifico, se la bozza di decreto legge fosse stata approvata il falso olio Made in Italy sarebbe stato punito non più quale frode in commercio, ai sensi degli articoli 515 e 517 del codice penale, ma con una semplice sanzione amministrativa da 1.600 a 9.500 euro.
Ci volle poco a che i consorzi e le associazioni di produttori gridassero alla depenalizzazione e iniziassero subito una dura battaglia per bloccare la legge e proteggere il nostro “oro verde”.
Battaglia che si è recentemente conclusa con il dietro-front del Consiglio dei Ministri e l’approvazione, in via definitiva, del decreto legislativo presentato dalle Commissioni Agricoltura e Giustizia a seguito delle proteste degli olivicoltori e che prevede un duplice impianto sanzionatorio: sia azione penale nelle ipotesi di reato di contraffazione, frode e fallace indicazione, sia sanzioni amministrative circa l’indicazione obbligatoria dell’origine e la leggibilità delle informazioni in etichetta.
Secondo le associazione di produttori è assurdo parlare di promuovere il Made in Italy quando poi si tenta di depenalizzare un reato quale la contraffazione dell’olio extra vergine di oliva, vero e proprio “petrolio verde” per l’Italia con un costo medio di 10€ al litro (il doppio rispetto all’olio miscelato) e circa 10 mila tonnellate di esportazioni e 581 milioni di Kg consumati solo in Italia.
I dati Coldiretti confermano che le frodi in materia di olio sono quadruplicate nel 2015 e un decreto come quello proposto al Senato in dicembre avrebbe messo a serio rischio la reputazione dell’olio extra vergine italiano, incentivando l’agro-pirateria a fronte di mere sanzioni economiche facilmente aggirabili dalle grandi produzioni industrializzate.
Dall’altro lato, i promotori del decreto hanno più volte sottolineato come la questione della depenalizzazione fosse stata ampiamente travisata dagli operatori del settore e che, al contrario, le misure proposte avrebbero consentito di incidere più efficacemente e con più rapidità sui casi di contraffazione, potendo contare sull’applicazione immediata di una multa.
Purtroppo il problema dell’evocazione e contraffazione del Made in Italy viene percepito dai produttori italiani, non solo nel settore olivicolo, come una questione di estrema rilevanza che si inserisce nel ben più ampio contesto del cosiddetto Italian Sounding.
L’Italian Sounding è quel fenomeno per cui prodotti non 100% italiani vengono passati come tali attraverso etichettature ingannevoli per i consumatori. Si tratta di un vero e proprio free riding sui prodotti nostrani che sfrutta la reputazione, la fama, il know-how di cui gode il Made in Italy nel mondo, pur non garantendo la stessa qualità e gli stessi standard in termini di materie prime e sicurezza del consumatore.
Tale evocazione dell’origine italiana (Italian Sounding appunto) costa all’Italia circa 60 miliardi di Euro l’anno di mancati guadagni (circa 150 milioni di Euro al giorno) e pertanto il nuovo testo di legge deve essere visto come un importantissimo traguardo nella lotta alla contraffazione, nonché nella tutela delle filiere produttive e del consumatore finale.










