Pomodoro San Marzano Vesuvio Sarno

Sul frutto maturo del solanum lycopersicum, meglio noto come pomodoro, ha pesato per decenni, se non per qualche secolo, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, il macabro spauracchio delle pietanze dei paesi dell’America Centrale da cui i soldati, al seguito di Francisco Pizarro, lo importarono.
Immaginate quale impressione possa aver suscitato il tremendo pasto rituale degli Aztechi, fatto di spezzatino umano, condito con pepe, rossa polpa di pomodori e infine aromatizzato con gigli triturati?
È normale, pertanto, che se illustri studiosi del Cinquecento come il medico olandese Rembert Dodoens o il senese Pietro Andrea Mattioli discorrano dei rossi pomi in maniera elogiativa “Sono queste schiacciate come le mele rosse e fatte a spicchi di colore prima verdi e, come sono mature in alcune piante, rosse come sangue e in altre color d’oro”, altri, come lo svizzero Theodor Zwinger, ancora alla fine del Seicento, lo definiscano malsano, poma amoris, aurea poma.
Una pianta di cui diffidare nonostante l’aspetto elegante dei tralci sinuosi su cui si innestano foglie verdissime dai margini dentati e i fiori gialli a cinque petali che, al sole cocente dell’estate, si tramutano in frutti verdi, poco dopo colorati d’un rosso acceso e vermiglio.
Ritenuta dotata di potenti doti afrodisiache, malefica e velenosa, fu in alcuni paesi della civilissima Europa coltivata sui terrazzi e nei giardini aristocratici, mentre nelle terre assolate della Campania, specialmente nelle pianure sottostanti il Vesuvio, prestissimo la felice fusione con i prodotti del grano e l’olio d’oliva nostrano, soprattutto tra le classi meno agiate, fugò le ombre sinistre dei rituali d’oltreoceano, relegandole in ricordi ancestrali e remoti.
Eppure, ancora nel 1820, nello stato di New York, dove il pomodoro era da poco comparso sul mercato, la diffidenza regnava sovrana: il signor Robert Johnson, sprezzante del pericolo, ne mangiò uno crudo, davanti al tribunale: naturalmente, fu ritenuto fuori di senno e suicida!
Il pomodoro ha origini in America Centrale. In Europa fu introdotto nel Seicento in Spagna, dove ebbe un valore ornamentale; che fosse anche una prelibatezza gastronomica si scoprì solo in seguito, probabilmente non prima del Settecento, quando cominciò a diffondersi nel bacino del Mediterraneo.
La tradizione orale riferisce che i primi semi di pomodoro approdarono in Italia verso al fine del XVIII, quale dono del Regno del Perù al Regno di Napoli e che le prime piantagioni sarebbe da collocare nella valle del Sarno di cui fa parte il comune di San Marzano. Attraverso svariate selezioni il pomodoro sarebbe giunto al moderno ecotipo.
In ogni caso, solo nel 1902 si ha la certezza della presenza, tra San Marzano, Sarno e Nocera del notissimo ecotipo. Apprezzato dai buongustai, da oltre un secolo è il re di molti giorni della settimana; domina con il gustoso sugo rosso il bianco della pasta trafilata al bronzo di Gragnano.
In quel felice angolo della Campania Felix che è l’antico Ager Nucerinus, dove ha attecchito il seme dell’oro rosso, da millenni civiltà diverse e culture altre si sono coniugate, grazie alla feracità del suolo, arricchito dai ciclici effluvi del vicinissimo Vesuvio.
Un altro elemento prezioso della natura ha giocato un ruolo importante: il lento fluire del fiume che solca la Valle: il mitico Sarno, che i Sarrasti elevarono a rango divino. Qui, gli aurei frutti, le nostrane pummarole attecchirono in maniera splendida, certamente favorite dal clima dolce e dalla terra ricca di minerali di origine vulcanica.
Un ecotipo, il pomodoro San Marzano dell’agro sarnese-nocerino, particolarmente buono e adatto ad accompagnare molte ricette. Centro agricolo e commerciale, San Marzano ha origini molto antiche: il ritrovamento di un’estesa necropoli, contraddistinta dalla presenza di numerosissime deposizioni a semplice fossa terragna riferibili alla cosiddetta Fossakultur, non lascia dubbi sulla frequentazione antropica della sua area già intorno alla metà del IX secolo a.C.
Queste tombe, inquadrabili nell’età del Ferro, sono legate a quelle popolazioni autoctone che la tradizione definisce Sarrasthes, legate a un’economia essenzialmente agricola, di pastorizia e commerci, mediante la naturale via fluviale.
La caratteristica peculiare delle deposizioni più antiche databili fino al primo quarto dell’VIII secolo, è la presenza di corredi funerari omogenei sia per ciò che riguarda le tombe maschili che quelle femminili: accanto a ceramica di produzione locale e d’importazione greca, compaiono armi, fibule di bronzo, scodelle, olle fittili, tazze-attingitoi e oggetti ornamentali, quali collane composte da vaghi d’ambra, di pasta vitrea e fajence, oppure strumenti connessi alle attività peculiari del defunto.

Necropoli Pizzone Nocera Salerno
Necropoli monumentale di Pizzone (Nocera Superiore – Salerno)

E nei pressi di un’altra area archeologica, quella della Necropoli monumentale ellenistico-romana di Pizzone a Nocera Superiore, scoperta negli anni ’90 del Ventesimo secolo che quasi cento anni fa (nel 1925) viene impiantata una storica azienda conserviera, quella del Gruppo Petti. Quattro generazioni che si sono dedicate alla lavorazione del pomodoro, costantemente proiettata nel futuro e con lo sguardo attento all’innovazione.
Un autentico colosso tutto made in Italy che esporta circa il 70% della produzione in tutto il mondo. Il tipo di San Marzano, secondo le parole di Domenico Rea, è “è lungo, nervoso, consistente. Esso è l’unico che non si frantuma nella lavorazione; al contrario, si mantiene intero, e, per così dire, vivo nel barattolo”. Tirati fuori dalle lattine o dalle bottiglie, come si usava un tempo, i pomodori conservano, i sapori e le atmosfere di un mondo arcaico e matriarcale. Rea, nel bellissimo saggio “Re pomodoro”, pubblicato nel 1957 sulla rivista “Prospettive Meridionali”, scrive che il pomodoro è “ortaggio pieno di sole rosso”.
Nel reportage di Rea, legato all’ortaggio compare anche un eroe come in ogni tradizione letteraria: è un industriale avanti negli anni che ripeteva, parafrasando le parole dell’imperatore Carlo V, “Dove spunta una pianta di pomodoro il sole non tramonta mai”.
E seguendo le indicazioni di una ricetta contadina e nostrana, “Lavava i pomodori, li tagliava, li condiva con l’olio e con una goccia d’acqua gelata, vi aggiungeva origano e basilico e li mangiava insieme al pane di grano duro contadino inzuppato”. Cosa c’è di meglio nelle calde serate d’agosto, magari accompagnato da un ottimo vino rosso del Vesuvio?