Il Sonno Uccidesti Verdi Off 2025

“Il sonno uccidesti”, firmato da Damiano Michieletto e Paolo Fantin: un’installazione immersiva ispirata al Macbeth
in scena fino al 19 ottobre

In occasione del 25° anno del Festival Verdi e del 10° anno del Verdi Off quest’anno Parma ha meritoriamente invitato Damiano Michieletto e il suo prezioso staff a fare una installazione alla Galleria San Ludovico di Parma.

Abbiamo chiesto a lui, a questo famoso regista presente in maniera davvero innovativa in tanti importanti teatri d’Opera italiani ed europei, (non perdetevi il suo Don Giovanni di Mozart al Teatro Carlo Felice di Genova in Prima Nazionale il 3 ottobre prossimo) e al suo staff (Paolo Fantin e Leonardo Cruciano) il significato della loro ultima creazione artistica quanto mai attuale. Perché Macbeth, a parer loro, è oggi il ritratto dell’umanità affondata nelle proprie ossessioni che conducono all’isolamento e al dolore psichico. Macbeth è la sintesi shakesperiana della condizione universale dell’uomo che ha interrotto ogni contatto con l’altro, precipitato in un abisso dove nessuno sembra avere la possibilità di avvicinarsi.

Damiano Michieletto © Stefano Guindani
Damiano Michieletto © Stefano Guindani

«Ringrazio Parma perché le cose nascono in questo caso da un invito. senza l’invito non ci sarebbe stato il progetto. Quindi i meriti sono da condividere da questo punto di vista anche con Saverio Clemente, (responsabile di InArt) che ci ha fatto conoscere e che come ha giustamente ricordato la curatrice di Verdi Off Barbara Minghetti ci ha aiutato a creare il collante per realizzare questo progetto e sulla natura di questa installazione che ha collegato Shakespeare a Verdi».

La tua installazione ha particolarmente colpito per la sua intensità il pubblico parmense che, con grande emozione, è riuscito ad assistervi. Ci racconti perché hai voluto mettere in scena questo tuo nuovo lavoro qui a Parma?
«Il Festival, appunto, è dedicato a Shakespeare, quindi abbiamo scelto un’opera di Verdi che fosse tratta da un testo di Shakespeare. Ci sembrava la cosa più semplice ed è stato scelto Macbeth. da cui siamo partiti per creare una visione. Poi lascio a Paolo Fantin di raccontarvela assieme a Leonardo Cruciano nel dettaglio più tecnico con il suo lavoro di hyperrealistic Art In merito a questo progetto. Il titolo è: “il sonno uccidesti”, un verso del libretto che rappresenta la pena che Macbeth subisce. Sembra una pena innocua all’inizio, non c’è spargimento di sangue, uccisione, però questo è una sorta di goccia, come dire, che lo porta alla follia, all’impossibilità di non riconoscere più il giorno dalla notte e l’impossibilità di ritrovare una quiete, un riposo.
In cui non puoi più riposarti, non puoi più trovare un equilibrio e quindi ciò lo porta sull’orlo di una follia e della sua distruzione. E il monologo finale di Shakespeare, appunto, racconta come non esiste più un domani, e la vita è solo una storia raccontata da un idiota piena di rumori di strepiti, ma non significa niente, quindi la sua.
Continuerà a fissare il vuoto e vedrete poi in che modo questo si realizza con il suo sguardo fisso
».

Ci racconti il tuo team?
«Sì, questo è un lavoro di un team, ed è un lavoro di qualità con specifiche diverse fra cui Alessandro Carletti light design e Michele Braga, che ha fatto il sound design e il loro lavoro si sposa perfettamente nel progetto. Quindi, penso che in un periodo storico in cui si è molto portati a trovare sempre un modo un po’ egoriferito di usare la creatività il nostro approccio sia profondamente diverso. Penso anche alle archistar, ma anche ai registi stessi in cui mi ci metto anch’io, che cercano sempre di voler in qualche modo metterci il nome su una cosa, penso che invece occorra riuscire a ragionare con una condivisione di un progetto e sapendo l’importanza irrinunciabile del rapporto che altri sguardi riescano ad offrire e diffonderli insieme, sia la cosa, per me, personalmente più bella, e più appagante.
Ad esempio, anche il grande artista Maurizio Cattelan è, purtroppo, in causa con le persone che lavorano con lui, perché lui non riconosce il lavoro dei suoi collaboratori e quindi, è come se in questo progetto Leonardo Cruciano non fosse seduto qui.
Perché, è semplicemente un nostro collaboratore, invece per me deve essere seduto qui, e io penso che chi collaborerà con me, o con Paolo, molto difficilmente andremo in causa con loro.
Ecco perché penso che riconoscere il valore del contributo di ognuno all’interno di un progetto sia innanzitutto il modo migliore di esprimere stima e gratitudine
».

Chiediamo a Paolo Fantin curatore di questo progetto artistico (già vincitore del premio Awards per il Rigoletto e il Gianni Schicchi con la regia di Michieletto ed è di nuovo candidato a questo prestigioso premio per il 2025) di raccontarci come lo abbia ideato con te.

Paolo Fantin il sonno uccidesti
Paolo Fantin @Marco Brescia e Rudy Amisano

«Io mi ricollego un attimo a quello che ha detto Damiano. Spesso ci chiedono: da quando tempo lavorate assieme? Io collaboro con Damiano da ormai vent’anni. Quindi, insomma, fa un po’ effetto. La verità è proprio quella che ha detto Damiano, nel senso che noi non siamo gelosi, ognuno del proprio lavoro. E ci facciamo, ci completiamo a vicenda, e ci interroghiamo a vicenda. Per cui avviene questo lasciarsi sempre, o anche contraddirsi, o mettere dei punti di domanda, ognuno all’altro. Questo ci porta a lavorare, cosa dopo cosa, in un percorso che diventa qualcosa che hai fatto insieme, per cui è anche questo il motivo. Invece per quanto riguarda questa installazione, che io avrei chiamato Stato d’animo tridimensionale è frutto sicuramente del nostro lavoro di teatro, per cui ovviamente noi portiamo dentro quello che facciamo a teatro dentro questa opera.
È come se noi facessimo un’opera: tu hai una storia, dei personaggi, hai qualcosa che va avanti, tu racconti, c’è una durata, una continuazione, e racconti un ciclo. Di quest’opera abbiamo fatto come una fotografia, appunto, uno stato d’animo che di solito lo stato d’animo non si può percepire in qualcosa. E quindi il tentativo è proprio quello di fare una foto, di immobilizzare un momento. Però quel momento è uno stato d’animo che ha dentro un sacco di sfaccettature, quindi quello che cerchiamo è soprattutto la connessione tra lo spettatore e il personaggio.
Quindi c’è un personaggio, che è il nostro Leonardo è che racconta il proprio frutto del teatro. Nel senso che noi abbiamo voluto mettere la componente umana che per noi è fondamentale, quindi non solamente la parte estetica, ma anche la componente umana, quindi c’è la componente umana.
Ed è lei quella che crea proprio il ponte fra te e l’opera. Che speriamo faccia partire una serie di riflessioni di diverso tipo, quindi ognuna di queste riflessioni sono opere per me. Nel senso che ognuno poi si porta a casa quello che vuole da un’esperienza, e la chiamo esperienza, perché è appunto immersiva nel senso che all’interno troviamo tante arti. Tra cui, appunto, la scenografia l’iperrealismo, luci, suono, uno studio sul suono, qualcosa di abbastanza innovativo, per quanto riguarda il suono, trasformato in forma visibile e quindi dare tutto questo insieme, crea appunto questo stato d’animo tridimensionale.
Che è come una scultura a tutto tondo, che tu guardi a tutto tondo. Per cui il concetto che ha spiegato prima Damiano Michieletto, noi l’abbiamo esplicitato. Macbeth ci sembrava oggi una riflessione giusta sul delirio dell’onnipotenza, un po’ che è, a mio parere, uno spettro che un po’ s’aggira e quindi è come fare una riflessione su questo, sul fatto che questa onnipresenza, questo voler per forza essere, di cui ha parlato Damiano, si trasforma in un’immagine, che rappresenta la cattedrale di cristallo che Macbeth si è costruito, ma che poi si è distrutta.
Quindi è tutto questo affanno per essere, per l’Io. Poi, in realtà si frantuma e questi pezzi si rivoltano contro di te, quindi tutto quello che hai costruito in realtà poi ti torna contro e quindi, speriamo che sia una riflessione per ognuno di noi, ognuno di noi in modo diverso, ma questo è il bello dell’arte, che ognuno di noi lo viva in modo diverso
».

Chiediamo a Leonardo Cruciano che prima voi avete più volte citato, il suo ruolo assolutamente speciale, specifico e speciale in questo impressionante lavoro.

Cruciano:
«Io naturalmente sono l’ultimo arrivato. Li conosco solo da tre anni. Adesso ho il compito di fare, forse il primo punto di catalisi dell’attenzione quando si entra in questa installazione. io arrivo principalmente dal cinema e tutti noi lavoriamo spesso con Video, con immagini, siamo immersi in un mondo che va in uno schermo o più di uno schermo, o in un cellulare. Per guardare e usufruire di qualcosa che poi ha dei temi, una narrazione. L’idea di trovarsi invece a contatto con qualcosa che ti cattura inizialmente, magari sì per uno stupore. Per uno stupore fisico e poi diventa emotivo e poi diventa un coinvolgimento molto più profondo.
E ci stai dentro davvero fisicamente. Come spazio, come luci, come suoni, questo forse per me è un senso molto più alto della parola immersiva, termine che oggi viene spesso utilizzato, non mettere un caschetto, o degli oculos, sugli occhi o giocare a una playstation, ma dire, a un certo punto, che in uno spazio come questo, potrebbero accadere delle cose incredibili e semplicemente stando ad osservare, sentire, farsi coinvolgere ed entrare nel mondo che ti evoca questa mia percezione. Quindi da questo punto di vista, quello che faccio io è chiaro, qualcuno parla di iperrealismo, si capisce forse che non sono venuto a fare dei dipinti o dell’esplosioni.
Ma l’idea è che c’è un qualcosa che vi sorprenderà. Questo penso che sia davvero la cosa più bella di questo coinvolgimento, c’è quella di poter trovare un senso a quelle che sono le capacità artistiche nostre e in questo senso, rendervi conto che quello che vedrete è opera per quanto mi riguarda e sono portavoce di altre 30 persone che hanno lavorato a ognuno in una specifica. E capirete, magari solo quando vedrete ogni piccolo dettaglio di questa installazione
».

Sergio Buttiglieri

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