Viaggio dentro un antico labirinto - Luigi Ghirri
Teatro Farnese, Parma 1986 (stampa 1990-91) stampa cibachrome mm 277x300 CSAC - Fondo Ghirri cat. C123894S

Luigi Ghirri: a Parma, la mostra “Labirinti della Visione. Luigi Ghirri” | fino al 26 febbraio 2023

Davvero notevole la retrospettiva sull’opera di Luigi Ghirri che si è appena inaugurata a Parma al Palazzo del Governatore.
La mostra è stata egregiamente curata da Paolo Barbaro e Claudia Cavatorta.
Un fotografo, Ghirri, che ha segnato indelebilmente la storia della fotografia italiana.
Le illustrazioni di architettura con lui diventano il racconto di un luogo non più soltanto di un oggetto.
Luigi Ghirri nasce nl 1943 a Scandiano, tra Modena e Reggio Emilia, però i rapporti con Parma sono sempre stati fondamentali dove, grazie ad Arturo Carlo Quintavalle, insegna dal 1982 al 1984 al CSAC assieme al fotografo Nino Migliori. Un lungo sodalizio con Quintavalle, grande storico dell’arte, di formazione materialista, fenomenologica, connessa alla figura di Argan, un po’ in contrapposizione alla scuola bolognese di Roberto Longhi, poi di Francesco Arcangeli, e infine a quella di Renato Barilli. Tutti storici dell’arte definiti idealisti.

Chi era Luigi Ghirri

Ghirri, ci raccontano nella conferenza stampa Barbaro e Cavatorta, comincia a fotografare alla fine degli anni Sessanta, lui che era un semplice geometra, era amico di artisti che si definivano genericamente concettuali. Gli artisti concettuali si muovevano fra questi due poli di storia dell’arte. E per il versante letterario cercavano di risalire a Italo Calvino, i cui scritti apparivano in grande sintonia con quello che stavano facendo. Calvino probabilmente aveva anche ispirato l’operazione che stavano conducendo, essendosi occupato più volte di fotografia, di osservazione del mondo.
Ghirri in quegli anni collabora con lo scrittore Gianni Celati che lui definiva l’unico scrittore beat italiano. E con lui realizza Viaggio in Italia che non è un lavoro di ricognizione. Chiede infatti ai fotografi a lui più vicino di fornirgli delle fotografie tratte dal loro archivio che rappresentino la loro idea del paesaggio italiano. Artisti che non volevano essere artigiani perché intendevano realizzare delle opere in cui ci fosse un dispositivo mentale molto evidente. A loro interessava il rapporto fra realtà e rappresentazione. Tutti usavano moltissimo la fotografia. Fra loro c’erano degli artisti proprio fotografi come Franco Vaccari di Modena.
Lui nel 1972 realizzò la mostra alla Biennale di Venezia e fece quello che chiamò un’esposizione in tempo reale. All’ingresso del Padiglione mise una di quelle macchinette che nelle stazioni si utilizzavano per fare le fototessere. E chiese al pubblico di farsi una fototessera e appenderla nel Padiglione. Alla fine della Biennale il Padiglione fu completamente riempito di fototessere dei visitatori della Biennale. Il tempo di costruzione della mostra coincise con il tempo della sua realizzazione.

La società con Quintavalle

La fotografia era da un lato lo strumento principale della comunicazione di massa, dall’altro era un modo per costruire l’immagine assolutamente non artigianale. Questo è lo sfondo in cui Ghirri comincia a lavorare, in quegli anni incontra il fotografo Franco Guerzoni che lo fa conoscere a Carlo Arturo Quintavalle. Si mettono in società e comprano una macchina fotografica con cui avrebbero fatto delle foto in bianco e nero.
In quel periodo la fotografia impegnata era esclusivamente in bianco e nero. E la fotografia a colori era considerata volgare. Destinata alle cartoline, alla pubblicità ai rotocalchi. Ma Ghirri interviene su queste foto con apporti di colore. Ghirri comincia a fotografare a colori. Cosa abbastanza strana per quel periodo. Lui sostiene in un’intervista che fotografo a colori perché il mondo è a colori”.
Poi lui afferma che non cura più di tanto la stampa. Lavora sostanzialmente nel modo più normale e banale possibile. Pellicola negativa a colori, la fa stampare in laboratorio con uno standard industriale e quella diventa l’opera. Ecco molti critici quando cominciano a vedere queste foto di Ghirri dei primi anni ’70 dicono che è un po’ la pop art della fotografia.
Non è esattamente così. Fa delle fotografie che sono quanto più normale e banale e assolutamente non eccezionale che ci sia. Fotografa ad esempio la non eccezionalità. La prima mostra che farà sarà in un albergo di Modena nel 1972, il testo glielo scrive Franco Vaccari, e questa mostra la vide Massimo Mussini, docente del CSAC di Parma.

Massimo Mussini

Restò subito colpito. Lo portò da Quintavalle. Lui da pochi anni aveva fondato presso l’istituto di storia dell’arte il CSAC Centro Studi e Archivio della Comunicazione. Un luogo che non é un museo, un luogo dove invece vengono raccolti materiali sulla comunicazione visiva. Fotografie, quadri, progetti di architettura, nel ’78 il CSAC aveva già raccolto 900.000 pezzi di cui 600.000 solo fotografie. Oggi il CSAC, che ora si trova alla certosa di Valserena, poco fuori Parma, ha circa 12 milioni di pezzi. Di cui 9 milioni di fotografie.

La prima raccolta di arte contemporanea di una università italiana. Quintavalle incontrava gli artisti chiedendo una parte delle loro opere garantendo che lui le avrebbe conservate nel CSAC dando la possibilità di fruizione gratuita agli studenti e agli studiosi. Ghirri in quegli anni esponeva alla Galleria Il Diaframma di Milano la prima galleria fotografica d’arte d’Europa, creata da Lanfranco Colombo. Quintavalle in cambio di alcune opere di Ghirri gli scriveva il testo, aggiornatissimo e acutissimo, della sua mostra.

Inizialmente i critici definivano le prime fotografie a colori di Ghirri la critica del kitsch, del cattivo gusto: la villetta del geometra i giardini con le rondinine di ceramica ecc.

1979

Ghirri un po’ accetta questa definizione e non dice niente, alla fine arriviamo al 1979 dopo che lui aveva fatto diverse serie, organizza queste foto a cui non da un titolo, come in genere fanno i fotoamatori che scrivono titoli come alba tragica, tramonto malinconico ecc.
Mette sempre soltanto data e luogo. Queste foto le ricombina dentro queste serie a cui dà dei titoli un po’ ironici. Ad esempio, fa tutta una serie di foto del naturale artificializzato come gli alberelli tutti potati che sembrano dei coni astratti. Le scenografie dipinte della pubblicità e le chiama colazione sull’erba citando il famoso dipinto Déjeuner sur l’herbe di Edouard Manet.

Atlante

Fa un’altra serie straordinaria che si intitola Atlante, fotografando dei pezzi, dei frammenti di un atlante geografico che lui aveva a casa fin da bambino. Una specie di riflessione sul viaggio immaginario. Sembravano dei quadri astratti alla Mondrian, in realtà è proprio una riflessione di un viaggio possibile.

Nel 1979 a Parma al CSAC con oltre 700 fotografie, fa una grande mostra che raccoglie tutti i suoi precedenti lavori. Si intitola Vera Fotografia.

Nel 1975 Quintavalle fa, sempre al CSAC, esposta alla Sala delle Scuderie in Pilotta, una grande mostra della FARM SECURITY ADMINISTRATION, promossa da Roosevelt, per raccontare la crisi americana in atto nelle campagne, con una panoramica di importanti fotografi americani quali Lee Friedlander e Robert Frank.
Questa mostra la videro Ghirri, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, quelli che allora erano i giovani fotografi che non volevano essere né neorealisti di denuncia sociale, né fotoreporter di giornalismo, né quei fotografi che fanno solo fotografie edulcorate, solo piacevoli. E trovano in queste fotografie americane una certa attinenza con la loro ricerca, in particolare con le foto di Walker Evans di cui tutti si innamorano, e in cui troviamo molte tracce anche nel lavoro di Ghirri.
Questa mostra è tutta fatta con materiale del CSAC che acquisì quella americana del 1975.

Labirinti della Visione – Luigi Ghirri

Anche quest’ultima mostra su Ghirri, Labirinti della Visione, che rimarrà aperta al pubblico fino al 26 febbraio 2023, non è una mostra d’arte fatta con le cose dei collezionisti, fatta per vendere le opere. Nulla di quello che è esposto poteva essere acquistato perché è di proprietà della collettività. Una di queste 700 foto esposte nel ’79 finisce con una grande tavola di 3 metri e mezzo per 5 circa, che è un mosaico di cieli che Ghirri ogni giorno fotografava sempre dalla stessa finestra di casa.

365 fotografie del cielo che ricomposte davano questa vibrazione di toni dal grigio al marroncino dell’inverno, al blu assolutamente squillante della primavera e ai colori intesi dell’estate. E lo battezza Infinito. Infinito è non a caso anche quello che si trova scritto anche negli obiettivi. C’è sempre questo doppio binario di un’indicazione operativa ma anche di un pensiero lirico.

Ghirri leggeva tantissimo. Era una persona di cultura raffinatissima. Amava in particolare il portoghese Fernando Pessoa e l’argentino Jorge Luis Borges. Anni dopo, nel 1989 Giulio Bizzarri chiamò Ghirri a tenere delle sue lezioni a Reggio Emilia da cui nacque il libro

Lezioni di Fotografia di Luigi Ghirri

In una lezione cita un racconto di Borges. In cui parla di un pittore bravissimo che sapeva fare dei quadri che si potevano scambiare per la realtà, per una fotografia.
Questo pittore affermava che uno sa che poco prima di morire, uno vede tutta la propria vita in un istante. Lo stesso diceva Borges:
anch’io raduno tutti i miei quadri li metto assieme per vedere tutto quello che ho visto e guardato con attenzione nella mia propria vita, però non vedo paesaggi ed esperienze.
Vedo un mosaico che ricostruisce il mio volto“.
Anch’io – dice Ghirri, raccogliendo i suoi dieci anni di fotografie -, mi illudevo di raccontare l’esterno e invece in realtà stavo parlando solo di me stesso“. E da lì inizia una nuova fase in cui progetta delle campagne fotografiche sul paesaggio esterno.
La prima, la più importante che lo rende molto noto, si chiama Viaggio in Italia.
Siamo nel 1984. Chiama a raccolta altri fotografi che erano in sintonia con lui, fa tirar fuori dai loro archivi quello che per loro era il racconto del paesaggio italiano e fa questa mostra che in qualche modo intende rinnovare la percezione, l’idea che abbiamo del paesaggio italiano. Non sono più le cartoline, non sono più le foto in bianco e nero del Touring Club, o di taglio neorealista. Raccoglie fotografie a colori dove si vedono le insegne pubblicitarie, dove si vedono dettagli che nella fotografia turistica venivano solitamente tagliati fuori. Ed è una giusta riflessione storico artistica.
Sempre nel 1984 fa un’altra cosa a Parma grazie a Giulio Bizzari che convince le istituzioni locali a sostenere un racconto sull’artigianato locale di servizio.

Fatto a Parma

La mostra si intitolerà Fatto a Parma e ci sono Ghirri, Iodice, e Barbieri che vanno a fotografare le botteghe i barbieri i calzolai l’ebanista ecc. Bizzarri aveva coinvolto anche Giorgio Armani facendogli disegnare una tuta da gommista, vestiti da parrucchiera. Operazione davvero multidisciplinare. Ci tira dentro anche la gastronomia. Una serie di incontri sulla cucina in cui viene coinvolto anche Ugo Tognazzi.
Purtroppo, in corso d’opera finirono i soldi e non si realizzò il catalogo. Però, avendo Quintavalle scritto il testo della mostra, tutte le opere saranno acquisite dal CSAC e un domani si potrebbe risuscitare anche Fatto a Parma.

Intanto Parma, grazie a questa davvero significativa retrospettiva su Ghirri, che ripercorre egregiamente il suo lavoro, può godersi le varie fasi della sua poetica che tanto ha segnato il percorso fotografico italiano rendendolo iconico in tutto il mondo.

Sergio Buttiglieri

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