Edipo Re 1

Di Sergio Buttiglieri

Anche questa volta il canadese Robert Carsen, fra i più interessanti registi contemporanei che spazia dall’opera lirica alla prosa, memorabile il suo Falstaff a La Scala, e La Traviata alla Fenice di Venezia, in occasione della sua riapertura dopo l’incendio, ha incantato il numerosissimo pubblico del Teatro Greco di Siracusa con un esemplare rilettura del dramma sofocleo.

Quello che possiamo definire il paradigma della tragedia greca.

E che Sigmund Freud, agli inizi del Novecento non a caso, lo descrisse come il più grande “roman a clef” dell’incoscio.

Ogni volta che noi spettatori affrontiamo l’Edipo Re percepiamo la suprema ironia tragica dell’opera in quanto noi sappiamo già perfettamente la verità quando Edipo comincia a ricostruire la sua storia di vita.

“Ah come è tremendo sapere!” Recita ad un certo punto Tiresia. E nel corso della tragedia Giocasta, moglie e madre di Edipo gli fa eco: ” Sventurato, che tu non possa mai sapere chi sei”.

Edipo Re 2

Cast di altissimo livello a cominciare dal coro di Tebani {diretto mirabilmente da Elena Polic Greco} che può quasi essere visto come il secondo personaggio dello spettacolo, tutto vestito di nero (costumi riuscitissimi di Luis Carvalho). E che nella prima scena appariva con tutti che indossavano la mascherina, richiamo esplicito al nostro tempo pandemico, ma anche al fatto che Sofocle scrisse questo testo subito dopo una tragica pestilenza che colpì il popolo greco.

Ragione per cui la presenza del coro in Sofocle non è una semplice convenzione teatrale ma un elemento fondamentale e unico nel suo significato.

Un coro che diventa un modello per il pubblico stesso riflettendo sulla fragilità di ogni successo.

Coro che si muoveva con estrema precisione su questo palcoscenico caratterizzato da un enorme scalinata (ideata da Radu Boruzescu) una sorta di oggetto architettonico monolitico in calcestruzzo dal sapore brutalista senza aggiunte di nessun elemento di decorativismo, che non cambia mai che conduce a un ingresso del palazzo, da cui discendevano solo i tre protagonisti. In primis Edipo, magnifico Giuseppe Sartori, che dialogava con Creonte (il convincente Paolo Mazzarelli), e non credeva alle crude profezie di Tiresia. E infine Giocasta ben interpretata da Maddalena Crippa. Una scalinata, perfetta metafora tridimensionale di un luogo, che, ci ricorda il regista, può servire a focalizzare l’attenzione del pubblico sulle unità aristoteliche di luogo, di azione e tempo.

Edipo viene indicato da Tiresia iconico applauditissimo Graziano Piazza {che in greco, non a caso, significa “Saggio legislatore di presagi”} come la macchia impura della nostra terra. E il protagonista percepisce che lui sarà annientato nel momento in cui l’assassino di Laio sarà ricondotto a lui stesso.

Questi presagi sono vicini più che alla dottrina religiosa, alla dialettica, a quella prassi di domanda e risposta che animava il dialogo socratico.

il duello fra Edipo e Tiresia, fra il cieco che vede e il vedente cieco si conclude con l’autoaccecamento di Edipo che Robert Carsen fa rotolare sanguinante e ignudo dalla sommità dell’immensa scalinata che domina la scena.

Nel corso dell’opera Edipo scopre di non sapere chi è. Ma c’è qualcuno di noi, ci ricorda il regista, che sa davvero chi è?

Memorabile Il raffinato gioco di luci e ombre, sempre a cura di Carsen, che gli attori producono percorrendo l’imponente scalinata.

Perché la luce che Edipo aveva invece dell’apparente oscurità di Tiresia non mostrerà più ciò che Edipo infine sarà costretto a vedere per sempre.

Perchè come diceva bene Peter Szondi nel suo fondamentale saggio sul Tragico, la tragicità non si compie nel declino dell’eroe, ma nel fatto che l’uomo soccomba proprio percorrendo quella strada che ha imboccato per sottrarvisi.

L’Edipo Re è tragedia della conoscenza. E noi spettatori che sappiamo dove andrà a finire la storia percepiamo la desolante debolezza dell’uomo davanti agli sviluppi del reale, attivando il meccanismo di empatia che rende Edipo paradigma della condizione umana tutta.

Entusiasta il pubblico, immerso magnificamente in questo spettacolare teatro greco, forse più antico della tragedia stessa sofoclea.

Teatro di Siracusa, patrimonio dell’umanità, che anche quest’anno ospita una stagione teatrale di grande qualità, con altri due registi di grande qualità come Jacopo Gassman (con l’Ifigenia in Tauride di Euripide) e David Livermore (con L’Agamennone di Eschilo) giunta alla 57esima edizione, meritevolmente curata dalla Fondazione INDA, istituto nazionale del dramma antico.