…e poi Trieste è anche Carlo Michelstaedter (1887-1910)
Carlo Michelstaedter… il giovane-vecchio poeta e filosofo che a poco più di vent’anni ha detto addio ad un secolo del quale aveva percepito il dolore nei lunghi-brevi anni della sua vita. E che tu imparerai a conoscere qui, nelle strade della sua città.
Nostalgia
Ma un vento lieto giù dalla montagna
invade la natura senza luce
che per pioggia e per nebbia si dissolve
e delle nubi oscure la continua
trama dirompe, e la diffusa nebbia
leva ed in lembi bianchi la sospinge
giocosamente; e ride il sole volto ad occidente
ed i monti lontani e le colline boscose
e la pianura risuscita ugualmente
illuminando nella lor gloria varia
delle ben note forme all’abitante.
Ma splendono più chiare e più serene
festevolmente, poiché più luminosi
si rimandan i generosi a lor raggi del sole.
Riluce il monte e il piano e il ciel riluce
di verde luce presso all’orizzonte, e in alto
nell’azzurro l’ultime nubi fuggono ed il sole
con lieto riso tinge di rosa gli orli alle fuggenti.
Ahi! come tutta la natura in breve
si rasserena nella pacata luce,
e la pena passata e il lungo tedio
dei giorni grigi oblia: ché solo a gioco
s’era offuscata: ed or con nuovo gioco
si rinnovellae rifulge più pura.
Ma il cor mi punge con tristezza amara
che il dì ripensa della gioia e l’alba
luminosa e la speranza folle e sicura,
quando con lieto viso incontro al nuovo
sole levai il primo canto, e la sua luce
era certa promessa alla mia speme –
e le dolci figure del mio sogno
che appena avvicinate dileguaro
tristi, perch’io ver lor fervidamente
mi protendessi e in me le volessi,
me stesso in loro tutto esaurire.
Voler e non voler per più volere
mi trattenne sull’orlo della vita
ad angosciarmi in aspettar mia volta
19ed ai giucchi d’amore ed alle imprese
giovanili mi fece disdegnoso.
– A qual pro? Ma alla veglia dolorosa
una fiamma splendeva e la nutriva
una speme più forte.
Ché se al lieto commercio e del piacere
al giocondo convito l’imperioso
battere mi togliea del mio volere
impaziente, e mi togliea ‘1 fatale
precipitar dell’ora, nel futuro
pur m’indicava la mia ferma fede
un giorno ed una gioia senza fine
e l’affrettava.
Ahi, quanto pur m’illuse la mortal
mia vista che di fuor ci finge certo
quanto ci manca sol perché ci manca –
«vuoto il presente, vuoto nel futuro
senza confini ogni presente, placa
il voler tuo affannoso!
non chieder più che non possa natura!».
Ma il cor vive, e vuole, e chiede e aspetta
pur senza speme, aspetta e giorno ed ora
e giorno ed ora né sa che s’aspetta
e inesorabilmente
passano l’ore lente.
Così è fuggita e fugge giovinezza
ed i miei sogni e la speranza antica
nel mio cupo aspettar ancor ritrovo.
LIBERO STILE LUGLIO-AGOSTO 2010








