Rolli Days – Palazzo Lauro (già Nicolò Lomellini)
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La potenza marittima dipinta sotto vetro
Situato in Via Garibaldi, Palazzo Nicolò Lomellini è un esempio emblematico dell’architettura aristocratica genovese. Costruito alla fine del Cinquecento da Nicolò Lomellini in un’area già legata alla famiglia, riflette la trasformazione urbana della zona di Vallechiara, divenuta polo residenziale grazie alla vicinanza con via Balbi e la basilica dell’Annunziata.
Nel 1625, il figlio Giacomo Lomellini, divenuto doge, commissiona a Domenico Fiasella un ciclo di affreschi allegorici dedicati alle Repubbliche Marinare, ospitati nel cortile interno, oggi coperto da una cupola in vetro. Il palazzo entra nei Rolli nel 1664.
Dopo essere passato alle famiglie Durazzo, De Mari e Balduino, il palazzo viene danneggiato durante i bombardamenti del 1943. Acquistato nel 1950 dall’armatore Achille Lauro, viene restaurato da Robaldo Morozzo della Rocca e trasformato in sede di rappresentanza della flotta Lauro. Gli interni vengono impreziositi da stucchi, marmi e un grande affresco allegorico che ritrae Lauro come Nettuno.
Nel 2003 il palazzo viene acquisito dal Gruppo Planetaria Hotels e sottoposto a un attento restauro conservativo. Viene anche recuperato un affresco del 1734, Il Tempo e la Fama, attribuito a Francesco Campora e proveniente da Palazzo Grimaldi.
Oggi il palazzo è aperto al pubblico e rappresenta un “luogo manifesto”, dove arte, storia e memoria civile si intrecciano in un racconto che celebra l’ambizione genovese tra potere, navigazione e identità culturale.
Palazzo Cattaneo della Volta: la nobiltà della discrezione
In una Via Balbi brulicante di studenti e pendolari, un portone del Seicento ci invita a fare un salto nel tempo. È l’ingresso di Palazzo Cattaneo della Volta, uno degli ultimi esempi di residenza aristocratica ancora nelle mani della famiglia che lo costruì. Ad accoglierci, con l’eleganza discreta di chi appartiene alla storia, la proprietaria Cattaneo-Adorno, che ci regala un privilegio raro: vedere Genova attraverso gli occhi di chi l’ha governata.
Mentre i vicini Palazzi dei Rolli sfoggiano fasto barocco, qui tutto parla di misura e nobiltà discreta. “I miei avi ospitavano diplomatici di medio rango”, ci spiega la padrona di casa, indicando le sale raccolte ma perfette nelle proporzioni. “Non serviva ostentare: bastava un affresco ben posto, un marmo scelto con cura”.
La scala interna è un capolavoro di questa filosofia: volte affrescate che giocano con la luce, pavimenti in marmo policromo che disegnano geometrie silenziose. “Guardate qui”, ci invita la guida, “questi stucchi neoclassici raccontano storie di famiglia come fossero un diario segreto”.
Nella sala più evocativa, una galleria si apre su un cortile interno dove colonne antiche fanno da cornice a aiuole geometriche. “Era il nostro salotto estivo”, sorride la proprietaria.
E proprio il dialogo tra passato e presente stupisce: oggi parte del palazzo ospita uffici e istituzioni, ma durante i Rolli Days queste mura tornano a vivere la loro vocazione originaria. “Apriamo al pubblico perché la bellezza è un patrimonio condiviso”, spiega la Cattaneo-Adorno, mentre ci congeda con un aneddoto su un antenato ambasciatore.
Rolli Days – Palazzo Rosso
Un tuffo nel fasto (e nei segreti) dei Brignole Sale
Se i palazzi potessero parlare, Palazzo Rosso avrebbe storie da vendere: intrighi di potere, mecenati eccentrici, quadri che valgono un patrimonio e persino un leone che… mangia prugne. Sì, avete letto bene. La mia visita in questo gioiello barocco di Via Garibaldi 18 – 40 minuti in compagnia di una guida con la passione dei dettagli piccanti – è stata un viaggio nel tempo tra le smanie di grandezza di una dinastia che ha plasmato Genova.
Facciata rossa, ambizioni dorate
“Guardate quei leoni sulle finestre: sembrano ringhiare, ma in realtà stanno mangiando brignòle, le prugne del loro stemma”, svela la guida indicando i mascheroni scolpiti. È solo il primo dei colpi di scena. Costruito nel 1671 dai fratelli Brignole Sale (banchieri tanto ricchi quanto vanitosi), il palazzo era una “macchina per impressionare”: persino il doge di Genova, Giovanni Francesco II, qui ci abitava. E si vede: scale monumentali, saloni affrescati e una loggia con vista mozzafiato sulla città che doveva far invidia ai vicini.
Bombe, fantasmi e capolavori perduti
Poi, il dramma: “Quel soffitto era un affresco di Gregorio De Ferrari, uno dei più belli del Seicento genovese… distrutto dalle bombe nel ’43”, racconta la guida alzando lo sguardo verso il Salone del Piano Nobile. Ma il palazzo non si arrende: nelle Sale delle Stagioni, Dioniso e Flora danzano ancora tra stucchi dorati, mentre la quadreria svela i gusti sofisticati (e i conti in banca) dei Brignole: Van Dyck, Guercino, Veronese.
L’ultima duchessa e il colpo di teatro
Il finale è da romanzo: nel 1874, l’ultima erede, Maria duchessa di Galliera, regala palazzo e collezioni alla città. “Non per generosità, ma per eternare il loro nome”, sussurra la guida. Funzionò: oggi qui si ammirano persino i loro ritratti in pose da divi del Trono di Spade, tra velluti e argenterie.
Se vi chiedete perché il palazzo si chiama “Rosso”… beh, la risposta è letterale (ma la facciata era ancora più sgargiante prima dell’usura del tempo).









