“Palazzo Bianco: un tesoro nascosto tra fantasmi di nobildonne e capolavori rubati (dallo sguardo)”
Ci sono palazzi che ti accolgono con sfarzo, e altri che ti seducono con sottile eleganza. Palazzo Bianco, con la sua facciata color latte e il portone discreto in Via Garibaldi, appartiene alla seconda categoria. L’ho visitato dopo Palazzo Rosso, in un pomeriggio di sole questa volta da solo, senza colleghi della Stampa, senza guida, senza fretta: il modo perfetto per lasciarsi sorprendere.
Un palazzo, tre vite (e un’ereditiera testarda)
Nato come dimora dei Grimaldi nel ‘500, poi passato ai De Franchi, il palazzo deve il suo nome – e il suo attuale splendore – a una donna: Maria Durazzo Brignole-Sale. Nel 1714, decise di rinnovarlo completamente per regalarlo al nipote prediletto (perché sì, anche nel Settecento c’era chi risolveva i problemi di famiglia a colpi di palazzi). Ma il colpo di scena arriva nel 1889, quando l’ultima duchessa di Galliera, con un testamento degno di un melodramma, lo lasciò al Comune scrivendo: “Per la formazione di una pubblica galleria”. Una frase che ancora oggi risuona tra queste sale.
Arte e architettura: un dialogo perfetto
Entrare qui è come sfogliare un album di famiglia dell’arte europea. Al piano nobile, i genovesi fanno la parte del leone: il Grechetto con i suoi animali selvatici, Bernardo Strozzi e i suoi monaci rubicondi, Valerio Castello che trasforma ogni tela in un vortice di movimento. Ma è al secondo piano che il palazzo svela il suo lato più internazionale: Rubens che ti fissa con la sua carica erotica, Van Dyck (naturale, siamo a Genova), e poi Zurbarán, Murillo, e persino un Veronese che sembra un’apparizione veneziana in terra ligure.
Il segreto meglio custodito? L’allestimento
Quello che pochi notano è come le opere siano esposte: pareti color verde bosco, grigio perla, blu notte – un’intuizione del genio razionalista Franco Albini negli anni ‘50. “Pare quasi che i quadri fluttuino”, ho pensato osservando la Maddalena Penitente di Canova (prestito da Sant’Agostino), illuminata come una reliquia. Niente teche, niente didascalie invadenti: solo arte e silenzio.
Pro tip: prendetevi un caffè al bar di fronte dopo la visita: il contrasto tra il barocco e l’espresso striminzito genovese è parte dell’esperienza.
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Palazzo Imperiale: il teatro della diplomazia genovese
Ultima tappa, ma non certo per importanza, è Palazzo Imperiale, situato tra Via del Campo e Piazza Campetto. Qui ci attende un’esperienza raffinata e immersiva nella tradizione ligure!*
Costruito nel 1560 per volere di Vincenzo Imperiale e progettato dal Bergamasco, Giovanni Battista Castello, il palazzo rappresenta uno degli esempi più alti del manierismo genovese.
Ad accoglierci, la sontuosa facciata affrescata: un tripudio di stucchi e colori che fonde rigore architettonico e fantasia pittorica. Le decorazioni, realizzate da artisti come Ottavio Semino e Andrea Ansaldo, anticipano l’atmosfera scenografica che si respira negli interni.
Il piano terreno ospita le celebri Nozze di Psiche, affrescate da Bernardo Castello e Luca Cambiaso. Un ciclo che, tra giochi di luce e tensione narrativa, incanta con la sua delicatezza. Al piano superiore, le Storie di Cleopatra, realizzate da Castello e Domenico Piola, raccontano con teatralità le vicende della regina egizia, trasformando le pareti in un grande racconto figurato. Da non perdere la monumentale scala, elegante nella struttura e ricca di dettagli: busti marmorei e decorazioni grottesche guidano il visitatore verso il cuore del palazzo.
Il palazzo, che nel XVII secolo ospitò una delle più prestigiose collezioni d’arte della città, ha attraversato periodi di grande splendore e momenti difficili. Tra i capolavori che vi furono custoditi, si annoverano dipinti di Antoon van Dyck e Peter Paul Rubens, oggi esposti nei musei più prestigiosi del mondo. Tuttavia, il palazzo subì gravi danni durante i bombardamenti del 1684 e del 1942, che ne compromisero parte degli affreschi e degli arredi.Nonostante ciò, il fascino del Palazzo Vincenzo Imperiale rimane intatto. Oggi, il piano nobile ospita attività culturali e commerciali, tra cui un bar e uno studio di architettura, mentre il grande scalone affrescato, con busti marmorei e decorazioni grottesche, continua a incantare i visitatori.
Rolli Days: quando le pietre parlano
Alla fine del percorso, restano impressi nella mente non solo affreschi e stucchi, ma un senso di continuità storica: Genova non mostra solo ciò che era, ma anche ciò che è ancora oggi. Una città verticale, sfaccettata, riservata. I Rolli Days non sono solo un evento, ma un invito a entrare in dialogo con il passato, ad ascoltare le pietre che parlano. E ogni palazzo visitato è una voce unica, una tessera del mosaico genovese. Un viaggio che si imprime nella memoria e che merita di essere ripetuto, ancora e ancora.
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* La nostra cena gourmet a Palazzo Imperiale
Un perfetto connubio tra storia, eleganza e sapori autentici del territorio.
Il menu (arricchito con curiosità culturali e gastronomiche):
Antipasto
Branzino marinato agli agrumi e chinotto di Savona. Questo agrume simbolo della Liguria, con la sua nota amarognola, esalta la delicatezza del branzino. Una curiosità: il chinotto era bevanda prediletta dei marinai liguri, usato anche come digestivo.
Primo
Trofie con zucchine, gamberi e pesto alla ligure. Le trofie, pasta tipica della Val Fontanabuona, erano tradizionalmente fatte a mano con farina di castagne. Qui rivisitate in chiave costiera con gamberi e pesto (forse preparato con basilico di Pra’, il più pregiato).
Secondo
Dorso alla ligure su vellutata di patate allo zafferano e carciofi di Albenga. Probabilmente un taglio di tonno o pesce spada “alla genovese”, cotto in padella con olive taggiasche, pinoli e vino bianco. I carciofi di Albenga celebri per la tenerezza e il sapore dolce, sono coltivati da secoli ma prodotti in quantità molto limitata.
Dessert
Budino al basilico genovese, con pinoli e bagno al limoncello
Un dessert audace che trasforma l’aroma iconico del pesto in una crema vellutata, abbinata alla freschezza del limoncello (forse ispirato ai limoni delle Cinque Terre). Una curiosità: nel ‘700, i monaci liguri usavano il basilico per preparare liquori digestivi, antenati di questo abbinamento.









