La marcia del principe Tommaso

Una pagina dimenticata della storia piemontese

La marcia del principe Tommaso rievoca uno dei periodi più complessi e dolorosi della storia del Piemonte del Seicento. È l’epoca della guerra civile tra Madamisti e Principisti, nata dalle profonde discordie all’interno della Casa di Savoia durante la minorità di Carlo Emanuele II. Da una parte vi era Cristina di Francia, duchessa reggente, conosciuta come Madama Reale. Dall’altra i suoi cognati, i principi Tommaso e Maurizio di Savoia. Una frattura dinastica che si trasformò rapidamente in conflitto armato, coinvolgendo territori, popolazioni e potenze straniere.

La marcia del principe Tommaso e le radici del conflitto

Tommaso di Savoia, protagonista della marcia del principe Tommaso, era figlio del duca Carlo Emanuele I e di Caterina d’Austria. Nipote di Emanuele Filiberto “Testa di Ferro”, vantava legami diretti con le principali corti europee, dalla Francia alla Spagna. Nato nel 1506, Tommaso tentò di sottrarre la reggenza dello Stato sabaudo alla cognata Cristina di Francia, figlia di Enrico IV e di Maria de’ Medici. Alla guida del partito filospagnolo, affiancato dal fratello Maurizio, diede avvio alla guerra civile piemontese tra il 1639 e il 1642, in un contesto già segnato dal conflitto tra Francia e Spagna.

La marcia militare del 1639

Il momento simbolo della marcia del principe Tommaso risale al 26 marzo 1639. Con circa duemila dragoni, Tommaso marciò su Chivasso, che gli aprì le porte senza resistenza. Da lì conquistò Ivrea, si accampò tra Canavese e Biellese e strinse accordi con la Valle d’Aosta. Seguì un proclama, firmato insieme al fratello Maurizio, che incitava le popolazioni a ribellarsi a Madama Reale. In breve tempo caddero Trino, Villanova e Asti, fino all’ingresso a Torino il 26 luglio 1639. Una conquista effimera, segnata da alleanze fragili e dal progressivo disimpegno spagnolo.

La marcia del principe Tommaso tra guerra e pace

Dopo alterne vicende militari e politiche, Tommaso fu costretto a lasciare Torino nel 1640 e a ripiegare su Ivrea. Abbandonato dagli alleati spagnoli e preoccupato per il destino dei figli, decise di avviare trattative di pace. Il 14 giugno 1642 fu sancita la riconciliazione con Madama Reale e con il re di Francia. A Tommaso vennero affidate Ivrea, Biella e i territori limitrofi come luogotenente, fino alla maggiore età di Carlo Emanuele II. Il 26 luglio rientrò solennemente a Torino, non più come ribelle ma come figura istituzionale.

L’ultima fase e la morte

Negli anni successivi, Tommaso si schierò contro gli Spagnoli, cercando di scacciarli dall’Italia settentrionale. Nel 1655 guidò un esercito di ventiquattromila uomini nell’invasione della Lombardia e pose l’assedio a Pavia. Carestia e dissidi politici lo costrinsero però alla ritirata. Quella sconfitta segnò profondamente il principe. Si ritirò a Torino, dove morì il 22 gennaio 1656. Fu sepolto nella cattedrale cittadina e, in seguito, Carlo Alberto gli fece erigere un monumento nella cappella della Sindone, a suggello di una figura storica controversa ma centrale.

La marcia del principe Tommaso nella memoria popolare

Accanto alla storia ufficiale, la marcia del principe Tommaso sopravvive nella tradizione orale piemontese attraverso una canzone ironica e dissacrante. I versi in dialetto raccontano l’avanzata del principe come una sfilata grottesca di brigate improbabili: scalzacani, spazzacamini, spaccapietre, birichini. È un esempio straordinario di come il popolo piemontese abbia saputo reagire alle tragedie storiche con l’ironia. Anche nei momenti più duri, la leggerezza diventava uno strumento di resistenza culturale e identitaria.

Storia, ironia e identità piemontese

La vicenda del principe Tommaso mostra come la grande storia e la cultura popolare si intreccino profondamente. La guerra civile lasciò ferite profonde, ma anche racconti, canti e memorie che ancora oggi parlano di resilienza. Raccontare la marcia del principe Tommaso significa restituire dignità a una pagina complessa del passato piemontese, senza rinunciare a quel sorriso amaro che la tradizione ha saputo conservare nei secoli.

Giorgio Cortese di Favria Canavese
Servizio di Giorgio Cortese
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