Elleboro

Per il suo aspetto e per il periodo in cui fiorisce è conosciuta anche con il nome di ‘Rosa di Natale’. Questa pianta tanto bella e resistente quanto di difficile uso per i suoi potenziali effetti velenosi, viene spesso scelta come regalo perché produce dei bellissimi fiori simili per certi versi a delle roselline selvatiche e dal colore bianco, con dei pistilli gialli. La polvere ricavata dalle radici e dai rizomi raccolti in primavera o in autunno ha proprietà cardiotoniche, narcotiche, emetiche e curative degli edemi: tali proprietà la rendono una delle piante officinali cardiotoniche e purganti più utilizzate in erboristeria. Chiaramente, non si parla di fai da te, ma di preparati dell’industria medica: essendo molto difficile da dosare è vivamente sconsigliato di farne uso come rimedio casalingo fai-da-te (ad esempio per preparare infusi o tisane) in quanto un dosaggio errato potrebbe provocare conseguenze altamente tossiche. Al contrario: è bene saper riconoscere e maneggiare l’elleboro con la dovuta cautela, anche perché spesso i suoi fiori sono utilizzati a scopo decorativo per composizioni e bouquet. In Italia è l’helleborus niger la varietà più popolare, ma col tempo si stanno diffondendo alcuni ibridi molto belli e variegati per colore e fattezze.

Fin da tempi antichi, l’elleboro nero era considerato un rimedio straordinario nella cura delle malattie mentali, come vero e proprio rimedio contro la follia. La mitologia greca, infatti, narra che Ercole guarì dalla pazzia grazie all’elleboro. Un’altra leggenda racconta che un pastore di nome Melampo, indovino e guaritore, avendo osservato che le proprie pecore, si purgavano mangiando l’elleboro, pensò di somministrare lo stesso alle figlie del re di Argo, Preto. La pazzia aveva colpito le giovani principesse, esse credevano di essere diventate vacche. Melampo le guarì, come ricompensa ottenne il titolo onorifico di “Purgatore”, una parte del regno di Argo e la mano di una delle principesse. Un altro mito racconta che Eracle fu guarito dalla pazzia proprio grazie a questa pianta. Nella famosa opera teatrale di D’Annunzio, La figlia di Iorio, il pastore Aligi si rivolge alla donna delle erbe e le dice: “…su svegliati, su levati e vammi in cerca dell’elleboro nero che il senno renda a questa creatura”. Gli stessi antichi filosofi greci, secondo una tradizione popolare, pare facessero ricorso all’elleboro per raggiungere la liberazione dai sensi, uno stato molto simile alla meditazione profonda. Un uso particolare ne fece Paracelso che usò le foglie dell’elleboro per la preparazione di un “elisir di lunga vita”.

Marica De Bonis

tratto da:
Milano 24orenews Febbraio 2021

Banner MI24 Febbraio 2021

e da
Roma 24orenews Febbraio 2021
RM24 FEB2021 Cover r

Articolo precedenteDiagnosi delle infezioni delle vie urinarie nei bambini
Articolo successivoSubito Motori, presenta la Classifica auto 2020