Al Teatro San Carlo di Napoli I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi
21 Gennaio – 3 Febbraio 2024
Nel 2009 Emma Dante realizzò la regia della Carmen di Bizet che mise in scena con successo al teatro della Scala di Milano. Fu quello il suo primo dirompente ingresso nel mondo della lirica, solitamente poco propenso alle rappresentazioni non in costume. Ma quella volta, ricordo ancora benissimo, stupì positivamente i melomani, anche grazie alla perfetta direzione musicale di Daniel Barenboim. Sappiamo tutti come 15 anni fa non fosse così semplice affascinare il pubblico scaligero raccontando, come fece invece lei, la Carmen in maniera non convenzionale.
Lei quella volta ci riuscì, esattamente come è avvenuto pochi giorni fa a Napoli al Teatro San Carlo con “I Vespri Siciliani” di Giuseppe Verdi, con la sua magnifica regia, colma di inaspettate connessioni con il nostro tempo. Lei, non a caso, nelle sue note, evidenzia come la musica di quest’opera cova un senso di rivolta. A cominciare dalla stessa Ouverture in cui si percepisce qualcosa che ribolle e che è destinato a esplodere.
La regista ha scelto la celebre Fontana palermitana di Piazza Pretoria detta “della Vergogna” come scenografia iniziale (ideata con cura da Carmine Maringola) dell’opera verdiana, proprio per evidenziare principalmente la malagestione dei soldi pubblici palermitani.
E subito fin dal primo atto, attorno alla fontana, compaiono stendardi con i volti di Borsellino, Falcone e tanti altri protagonisti a noi tutti purtroppo ben noti, vittime delle stragi mafiose.
Verdi debuttò con quest’opera all’Operà di Parigi il 13 giugno del 1855 con il libretto in cinque atti in francese di Eugène Scribe e Charles Duveyrer. La scelta del soggetto fu proprio di Verdi, che volle richiamare alla memoria uno degli episodi più sanguinosi delle antiche guerre franco-italiane.
Quando Verdi portò in Italia quest’opera il 26 dicembre, sempre dello stesso anno, al Teatro Regio di Parma la censura la volle far modificare con un nuovo libretto, facendola ambientare in Portogallo, chiamandola “Giovanna da Guzman”. Solo dopo l’unificazione d’Italia nel 1861 cominciò ad essere eseguita con il titolo originale. I “Vespri Siciliani” sono essenzialmente intrisi di conflitti psicologici di Monfort, di Arrigo, di Elena. Come ben tratteggia Guido Salvetti, in un saggio a suo tempo scritto per il Comunale di Bologna,
Monfort, ben interpretato dal baritono Mattia Olivieri, diviso tra ragion di stato e affetto paterno; Arrigo, impersonato perfettamente dal tenore Piero Pretti, tra ansia di libertà dall’oppressione straniera e dovere di figlio; Arrigo- ancora- tra amore per il padre (oppressore) ed Elena, resa con grande efficacia dal soprano Maria Agreste, da Monfort straziata negli affetti famigliari; Elena divisa tra l’amore per Arrigo e la fedeltà ai compagni congiurati e, con loro, alla causa sacrosanta della vendetta.
Nei vespri siciliani c’è un universo di dolore, di affanno, d’angoscioso presagio della sorte a cui sarà votato questo amore nato nell’ombra della congiura, nel pericolo della cospirazione.
Il pubblico ha particolarmente apprezzato, con applausi a scena aperta, lo straordinario duetto tra Monfort e Arrigo, sicuramente uno dei vertici di questa opera, dove ritroviamo magistralmente alla rinfusa espressioni di affetto, rancori, offese e consolazioni, che tramite la miracolosa mobilità della declamazione, delle idee melodiche, dell’orchestrazione, (nelle calibrate mani del direttore Henrik Nánási) dell’incontrarsi e separarsi delle due voci, trovano con grande efficacia un diretto sblocco di espressione musicale. Lo stesso si può dire del grande duetto tra Elena e Arrigo nel quarto atto, sommerso anch’esso dagli scroscianti applausi del pubblico partenopeo. La discontinuità dei Vespri Siciliani rappresenta la sua vera novità. E Emma Dante ha ben risolto questa rappresentazione verdiana che parla di oppressi e oppressori, di due comunità che occupano lo stesso spazio. Senza far indossare ai francesi look da malavitosi. Li ha semplicemente vestiti con una tuta acetata. I costumi sono ben ideati da Vanessa Sannino.
L’oppressore, ci ricorda la regista, è colui che usurpa le tradizioni di un posto, le piega a proprio uso e toglie la libertà all’oppresso.
Emma Dante da palermitana percepisce bene come questa città è già di per sé un palcoscenico musicale, fatto di ritmi forsennati e silenzi inquietanti, una città che è una via crucis per le stragi di mafia.
Con l’ingresso di Elena, nel primo atto, la scena della sfilata dei gonfaloni con i volti delle vittime della mafia racconta l’anima di questa messinscena.
Il pubblico ha unanimemente ammirato le scene con la enorme barca di profilo che cala dall’alto su un fondo nerissimo e poi l’apparizione di altre due barche viste di prua, cariche di persone che man mano avanzano sul palcoscenico. O anche, con grande emozione, le scritte che ad un certo punto compaiono, con i nomi delle vie dove si svolsero gli attentati, calati dall’alto per ricordarci queste stragi che hanno intriso la storia della Sicilia.
E le piacevoli citazioni dei pupi siciliani combattenti che ci compaiono più volte a sipario ancora chiuso.
Oppure la parete di coloratissime ceramiche siciliane, dietro al trono di Monfort, che tanto ci ricordano quelle famose di Caltagirone.
Di grande impatto la scena dorata del ballo delle promesse spose siciliane, rapite dai francesi, con un coro sempre ben diretto dal maestro Fabrizio Cassi.
Nessun fischio da parte dei melomani, solitamente ostili alle reinterpretazioni registiche. E questo mi fa piacere.
Quando percepisci la perfetta riuscita registica nel saper reinterpretare un classico verdiano, avendo assoluto rispetto del libretto e della partitura, e naturalmente sempre con un ottimo cast a disposizione, che ha saputo destreggiarsi dentro questi dirompenti messaggi di forte impatto etico, a cui da sempre Emma Dante ci ha abituato, ti rendi conto che il mondo della lirica può non essere per forza imbalsamato, ma intelligentemente riletto nel nostro travagliato tempo.

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