di Sergio Buttiglieri
Grande successo al Teatro della Pergola di Firenze con l’ultimo strepitoso lavoro di Robert Wilson tratto dal famoso Libro della Giungla di Rudyard Kipling. Una riuscitissima produzione del Théãtre de La Ville di Parigi. Un pubblico trasversale, quello fiorentino, distribuito tra bambini piccolissimi e signori adulti e anche anziani, tutti equamente incantati dalla maestria di questo regista ultra ottantenne che è riuscito a farci rileggere “Jungle Book” grazie anche al famoso duo Cocorosie, una giovane compagnia francese di grande qualità, composto dalle artiste multidisciplinari Sierra e Bianca Casady che hanno ancora una volta ricreato un mix perfetto tra un rap “trobadorico” e altre inaspettate tonalità aeree create con diversi strumenti tra cui l’arpa, il piano o la chitarra.

I Cocorosie trasformano i giocattoli per bambini in melodie intrise di nostalgie che acchiappano l’interesse di tutto il pubblico in sala. A cominciare dalla bambina di 4 anni seduta a fianco a me in platea con vicino la madre anch’essa estasiata dal ritmo perfetto ricreato da questo regista mago delle luci. Effetti stratosferici che incantano anche il nonno seduto di fronte a me che non si è distratto un momento gustandosi platealmente le scene corali di questi animali della giungla che si rapportano agli umani ostili alle regole del mondo pre civilizzato. Un atto unico che ci propone la magia delle sue inimitabili scenografie luminose mentre il buffissimo orso sovrappeso canta ballando di essere “un abbracciatore di alberi” mentre la tigre, altrettanto piacevole, interrompe, stesa su una chaise longue, la scena iniziale per immergerci in una nuova scenografia con solo enormi foglie stilizzate assieme ad un iconico canestro da pallacanestro.

Una tribù di animaletti irresistibile che ci canta danzando a perfetto ritmo: “basta crogiolarsi e piangere sulle disgrazie”.
E di colpo compare un fascinoso cumulo di carcasse di tv di altri tempi tutte viste in controluce mentre questi personaggi ci ricordano che la legge della giungla impedisce di uccidere l’uomo, ci ricorda il bambino Mowgli perso nella giungla e a fatica riaccolto dalla comunità umana che non lo vuole riconoscere come un vero essere umano.
D’altronde la vita è troppo corta per le scemenze ci ricorda l’orso. Mentre compaiono i pali delle luci, le antenne televisive, simboli della nostra civiltà snaturata che non sa più riconoscere l’autenticità dell’uomo.
“Pietra miliare del teatro sperimentale mondiale”, come lo ha definito il New York Times, Bob Wilson fu scoperto in Europa nel ’76, al Festival di Avignone, con Einstein on the beach, uno spettacolo creato in coppia con il musicista Philip Glass, una rivoluzionaria opera contemporanea. E l’Italia quella volta arrivò prima dei francesi: già nel ’74 infatti Wilson aveva debuttato al Festival dei Due Mondi di Spoleto in prima mondiale con A letter for Queen Victoria, uno spettacolo in quattro atti contrapposti dove l’elemento guida è il tempo, e protagonista è un ragazzo autistico che Wilson era riuscito a far esprimere nella sua matematica genialità, al di fuori di ogni schema. Rivendicando così al teatro e a se stesso una funzione maieutica e socratica; convinto, com’è tutt’ora, che un bambino nasce con la conoscenza dentro di sé.
Il suo è un teatro programmaticamente di gesti e di immagini, non testuale o di parola, un tipico prodotto della storia americana e del babilonico caos linguistico che essa ha accumulato; un frutto di questo paese di immigrati da ogni parte del mondo in cui spesso ci si comprende più facilmente per immagini che a parole.
Bob Wilson dice di sé che avrebbe voluto essere un buon pittore, ma non lo è. E allora usa il teatro, la scena, per realizzare quadri: ogni suo allestimento è prima di tutto un disegno, gli attori e i cantanti vengono disposti proprio nel punto previsto per loro dai suoi disegni. “Per me Bob”, diceva Heiner Muller, grande regista tedesco fra i più radicali, con cui Wilson in passato ha interagito, “ha la stessa funzione del cubismo nell’arte figurativa: serve da impianto di depurazione, vi si passano al setaccio i mezzi teatrali e improvvisamente prendono corpo nuove forme e nuove tecniche. Ma sarebbe da stupidi volerlo copiare, certe cose le può fare solo lui”.
La struttura degli spettacoli di Wilson ben si combina col modo architettonico denso di variazioni e di intuizioni luminose (“la luce non è una cosa a cui penso in un secondo momento, non è una decorazione, è struttura”) in cui lavora il regista americano.
Le sue regie ad alta densità formale si concentrano sullo spazio. Non a caso sempre nelle sue note allo spettacolo Wilson ci rivela che “spesso quando vado a vedere l’opera faccio fatica ad ascoltare i cantanti o l’orchestra, gran parte di ciò che è in scena è superficiale e melodrammatico, troppo elaborato”.
Wilson lavora sulla saggezza essenziale della fiaba, e quest’ultimo Jungle Book, macchina perfetta del suo teatro lo ha confermato ampiamente. Per la precisa gestualità, memore anche del teatro delle marionette, ad esempio nella posizione delle mani degli attori cantanti, sempre come appese al suo filo registico… E per la gestione del palcoscenico, completamente privo di arredi, ma colmo di luci trascoloranti, di movimenti coreografici, diviene inevitabile l’associazione al magico mondo poetico dei film di animazione di Michel Ocelot. Il suo piccolo capolavoro del 2000, Princes et Pricesses, contiene decise assonanze con la poetica di Bob Wilson alle prese con una delle opere più conosciute di Kipling.
Per Wilson, che come ci raccontava lui stesso si è formato con i grandi nomi della danza americana, da Merce Cunningham a Balanchine, dentro una tradizione teatrale che non conosce le nostre forme di resistenza, è di estrema importanza la categoria “tempo”, la sua relativizzazione, la scomposizione dell’attimo in secondi e millesimi di secondo; da lui si può imparare lo smembramento del teatro nei suoi elementi, l’anatomia del tempo teatrale. Il suo è un teatro interno alla dialettica di libertà e meccanizzazione.
Ora Bob, questo architetto prestato alle scene, è accerchiato, quasi alienato dal successo, (è impressionante la mole di lavori che ha in questo momento in tournèe in giro per il mondo) ma non smette di farsi domande. Al contrario il problema dei registi europei è tutto qui: fanno solamente quello che sono in grado di fare, ma questa è veramente la fine: “si può fare teatro solo tentando di realizzare quello che non si è in grado di fare”, ci ricordava ancora Muller. Ed è per questo che siamo tutti curiosi di rivederlo all’opera con un suo nuovo lavoro spero presto in Italia.











