Secondo giorno: sabato mattina nella Sicilia occidentale
Tra mito, storia e antichi carretti di Calatafimi Segesta
Il secondo giorno ci ha condotti nel cuore palpitante della Sicilia antica, dove il tempo sembra farsi pietra e il paesaggio racconta ancora storie di popoli scomparsi. Le ore trascorse a Segesta, dove l’eco degli Elimi dialoga ancora con quella dei Greci, sono state per noi molto di più di una visita archeologica: è stata una celebrazione della bellezza, della memoria e dell’amore.
Il Tempio di Segesta: un enigma scolpito nella luce
Basta varcare l’ingresso del Parco archeologico per sentirsi attraversati da una solennità silenziosa. Lì, su un colle solitario, si erge il Tempio dorico: incompiuto, ma straordinariamente armonioso, come se la perfezione risiedesse proprio nella sua imperfezione. Le colonne, intatte e prive di scanalature, sembrano nate dalla luce, scolpite più dal sole che dall’uomo.
«Fu edificato nel V secolo a.C. dagli Elimi, un popolo enigmatico che in questo crocevia di civiltà dialogava con Greci e Fenici», ha spiegato il direttore del Parco, Luigi Biondo. «Ma non fu mai completato, forse per via delle guerre contro Selinunte. Eppure è rimasto lì, immobile e immortale, a sfidare i secoli con la sua grazia severa».
Un matrimonio tra le colonne: l’amore che unisce i mondi
Proprio quando pensavamo che nulla potesse superare la meraviglia del Tempio, la realtà ci ha sorpresi con un gesto poetico quanto inatteso. Il direttore Biondo, con delega del sindaco, ha officiato il primo matrimonio civile della sua vita, proprio ai piedi del tempio, tra le colonne che sembravano sorridere compiaciute.
Sotto un sole abbacinante e il vento che accarezzava le rovine, una coppia ha pronunciato il proprio sì: lei italiana, lui senegalese, entrambi raggiante incarnazione di un amore senza confini. «Abbiamo scelto Segesta per onorare la storia e abbracciare il futuro», ha detto la sposa, mentre il suo velo bianco danzava tra le pietre come una bandiera di pace. Intorno, una quarantina di parenti in abiti vivaci e una folla di curiosi hanno trasformato quel sito millenario in una festa condivisa. Al brindisi è seguito un applauso che si è alzato come un canto collettivo tra le colline: forse anche gli spiriti antichi, per un attimo, hanno celebrato.
Il Teatro di Segesta: dove la pietra diventa voce
Risalendo il Monte Barbaro, si raggiunge il Teatro greco, a 400 metri d’altitudine. Davanti agli occhi si apre un panorama che sfida la prosa: la cavea semicircolare si affaccia su una vallata ampia e silenziosa, fino a intravedere il mare di Castellammare all’orizzonte.
«Qui la pietra diventa poesia», ha detto il sindaco di Calatafimi Segesta, Francesco Gruppuso, con un gesto ampio verso le gradinate antiche. Costruito nel III secolo a.C., il teatro poteva accogliere oltre 3.000 spettatori. «Pensate alle tragedie di Euripide rappresentate con questo scenario naturale come quinta scenica», ha sussurrato Biondo, mentre un visitatore metteva alla prova l’acustica con un’aria d’opera che rimbalzava limpida sulle pietre.
Ogni estate, ha raccontato il direttore, il teatro torna a vivere con spettacoli sotto le stelle. «È come se le voci di ieri trovassero ancora corpi per raccontare, fondendosi con quelle di oggi».
«Segesta non è solo archeologia – ha concluso il sindaco – è un luogo che continua a unire culture. Come un tempo gli Elimi incontravano i Greci, oggi accogliamo il mondo intero».
Il Museo del Carretto siciliano: quando l’identità viaggia su ruote
Il nostro percorso continua tra le mura sobrie del Convento di San Francesco, che oggi ospita il Museo del Carretto Siciliano. Qui ogni oggetto racconta una Sicilia viva e mobile, fatta di mani artigiane, racconti tramandati e bellezza nomade.
La collezione, unica nel suo genere, raccoglie autentici carretti finemente decorati, finimenti, fotografie d’epoca e cimeli che attraversano tre secoli. Le fiancate dipinte sono piccoli affreschi su ruote: narrano storie di santi e cavalieri, battaglie epiche e momenti di vita quotidiana.
«Ogni carretto è un dialogo tra civiltà», ha spiegato il sindaco Gruppuso. «Nei decori convivono tracce greche, arabe, normanne. Sono simboli di un’identità meticcia e orgogliosa».
Dopo la visita, il nostro gruppo è stato accolto in un pranzo a buffet che ha trasformato l’esperienza culturale in un vero viaggio sensoriale, un tributo alla generosità della terra siciliana. Tra le specialità: arancini monumentali – così grandi da ricordare un pompelmo – ripieni di ragù e piselli; i “cucciddatu”, pani rustici di semola di grano duro dalla crosta croccante; formaggi tipici accompagnati da pomodori secchi e pomodorini, rossi e gialli, come piccole gemme mediterranee. Come dolce, una raffinata variante della “cassatella” con ricotta e scaglie di cioccolato, capace di coniugare dolcezza antica e tocchi moderni. Il tutto accompagnato da vino rosso locale e uno spumante secco prodotto nelle cantine della zona.
Il Museo del Carretto non è solo una collezione di oggetti, ma un racconto vivo di comunità, fede e artigianato. E quel pranzo, con i suoi sapori sinceri e accoglienti, ha completato la giornata, suggellando con gusto ciò che la Sicilia sa fare meglio: intrecciare storia, arte e convivialità in un’unica, indimenticabile sinfonia.
Sabato pomeriggio, tra fede e storia risorgimentale
Dopo il pranzo, abbiamo visitato due tesori nascosti: la Chiesa della Madonna del Giubbino e Casa Garibaldi.
Il Santuario di Maria Santissima di Giubino: storia e devozione tra leggenda e fede
A due chilometri da Calatafimi, sul colle Tre Croci, sorge il santuario dedicato alla Madonna di Giubino, patrona della città. La sua storia inizia con un antico trittico marmoreo della Vergine, inizialmente custodito in una chiesa della contrada Angimbè. Trasferito a Giubino per il rischio crollo, divenne oggetto di culto nel 1655, quando Calatafimi, invasa dalle cavallette, lo portò in processione ottenendo la grazia. Da allora l’icona, staccata dal trittico, fu ospitata in diverse chiese cittadine fino al 1907, quando trovò sede definitiva nell’ex monastero di Santa Caterina. Ogni luglio, il simulacro torna in processione al santuario campestre, accompagnato da festeggiamenti che uniscono fede e tradizione.
Casa Garibaldi: Dove l’Italia trovò un simbolo
Pochi passi più in là, Casa Garibaldi ha riportato il gruppo al 15 maggio 1860, giorno della celebre Battaglia di Calatafimi, svoltasi alle pendici del Monte Pianto Romano. In questa dimora ottocentesca, Garibaldi trascorse la notte prima dello scontro decisivo contro i Borboni. Fu lì che scrisse nel suo diario la celebre frase: “Qui si fa l’Italia o si muore”.
Molto suggestiva la stanza dove dormì l’Eroe dei Due Mondi, ancora arredata con un letto in ferro battuto e una scrivania ingiallita dal tempo. Tra cimeli e mappe d’epoca, un dettaglio ha colpito tutti: una lettera autografa di Garibaldi, in cui ringraziava i calatafimesi per l’aiuto.
Calatafimi è speciale perché non è solo una tappa storica: è un luogo dove il passato respira ancora, tra mura che hanno visto nascere l’Italia e una fede popolare che scalda il cuore. Un incontro con una comunità che custodisce, con orgoglio e semplicità, il suo ruolo nel grande mosaico della Storia.
Ritorno a Trapani, tra arte sacra e memoria storica
Dopo le emozioni vissute tra i ruderi di Segesta e le suggestioni risorgimentali di Calatafimi, il nostro itinerario si conclude a Trapani, nel cuore del suo centro storico, con due tappe che ne racchiudono l’anima più profonda: il Museo Regionale Agostino Pepoli e la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio. Due luoghi che raccontano, con voce diversa ma complementare, la storia, la fede e l’identità di una città affacciata sul Mediterraneo.
Museo Pepoli: una sinfonia di arte e tradizione
Ospitato tra le arcate e i chiostri dell’antico convento dei Carmelitani, il Museo Pepoli si rivela un custode prezioso della memoria trapanese. Superato l’ingresso, il visitatore viene accolto da un’atmosfera sospesa, dove ogni sala è una soglia verso un tempo che non passa. La prima grande emozione è l’incontro con la Madonna di Trapani, un raffinato simulacro in marmo del XIV secolo attribuito a Nino Pisano. La dolcezza dello sguardo della Vergine, il gesto protettivo delle mani, la purezza delle forme scolpite: tutto parla di una devozione antica e ancora viva.
Il percorso si snoda poi tra vetrine che custodiscono l’arte del corallo, gloria artigiana della città. Intarsi finissimi, crocifissi e ostensori rivelano la maestria di generazioni di artigiani. Poco oltre, le sculture gaginesche testimoniano l’influenza della celebre bottega di Antonello Gagini. Senza dimenticare i presepi tradizionali, realizzati con legno, tela e colla, che incantano con la loro minuta poesia popolare.
Non manca una sezione dedicata al Risorgimento: cimeli, divise, documenti e soprattutto il vessillo della nave “Lombardo”, che trasportò Garibaldi e i Mille a Marsala, danno corpo alla storia vissuta, con echi che risuonano nel presente.
Nella pinacoteca si incontrano capolavori di grandi maestri come Tiziano e Giacomo Balla. E poi la collezione di maioliche, vivace e narrativa, che racconta scene di vita quotidiana, come la pesca del tonno, attività simbolo dell’economia locale.
Nel chiostro rinascimentale, con il suo doppio loggiato e la quiete sospesa tra le colonne, il tempo sembra fermarsi. Qui, più che altrove, si coglie l’essenza del Pepoli: un museo che non è solo esposizione, ma racconto intimo di un’identità.
Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio: Trapani e la sua anima sacra
Proseguiamo il nostro tour nel cuore del centro storico di Trapani, tra vicoli intrisi di storia e tradizione, per raggiungere la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, un luogo che racchiude secoli di devozione e arte. La sua facciata barocca, imponente e riccamente decorata, cattura subito la nostra attenzione: le statue degli Apostoli e di Gesù, scolpite in pietra stuccata, sembrano vegliare sui visitatori, invitandoli a varcare la soglia di questo scrigno di spiritualità.
All’interno, la chiesa si sviluppa su una pianta a croce latina, con tre navate che conducono lo sguardo verso il presbiterio rialzato. Ma ciò che rende questo luogo davvero unico è la presenza dei venti gruppi scultorei dei Misteri, opere straordinarie che rievocano la Passione di Cristo. Realizzate tra il XVII e il XVIII secolo nelle botteghe trapanesi con la tecnica del legno, tela e colla, queste sculture sono protagoniste della celebre Processione dei Misteri. Un evento che ogni Venerdì Santo anima la città per 24 ore consecutive e che rappresenta uno degli eventi religiosi più sentiti della Sicilia.
Le statue e i Massari della Sicilia occidentale
Passeggiando tra le navate, si percepisce il peso della Storia. Ogni gruppo scultoreo racconta un frammento del cammino di Cristo verso la crocifissione, con dettagli espressivi che trasmettono emozioni profonde. La luce soffusa che filtra dalle vetrate contribuisce a creare un’atmosfera di raccoglimento, invitando i visitatori a soffermarsi e contemplare queste opere d’arte sacra. Le statue sono portate a spalla dai “massari”, in un gesto di fede tramandato nei secoli. L’Addolorata con le lacrime di vetro, l’Ecce Homo con il mantello ricamato in oro, il Cristo alla Colonna: ogni figura parla con il linguaggio universale del dolore, della speranza, della redenzione.
La chiesa, costruita alla fine del ’600, ha attraversato secoli di trasformazioni e restauri. Danneggiata durante la Seconda Guerra Mondiale, è stata riaperta al culto nel 1962, tornando a essere il custode di una tradizione che continua a vivere nel cuore dei trapanesi.
Visitare la Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio significa immergersi in un patrimonio di fede e arte, un luogo dove la spiritualità si intreccia con la bellezza scultorea e la memoria collettiva. Un’esperienza che lascia il segno, tra storia, devozione e cultura.
Un epilogo intriso di emozione
Il nostro ritorno a Trapani non è stato solo un passaggio geografico, ma un ritorno alla profondità delle radici. Tra i marmi scolpiti e le statue portate a spalla, tra l’arte devota e la memoria civile, si chiude un giorno denso di immagini, parole e silenzi. Un giorno in cui la Sicilia ci ha sussurrato la sua anima, e noi abbiamo avuto il privilegio di ascoltarla.









