Terzo giorno: domenica mattina in Sicilia occidentale
Gibellina, l’arte che rinasce dalle macerie
La terza giornata del nostro viaggio ci conduce nel cuore della Valle del Belìce, a Gibellina, emblema di rinascita e di arte contemporanea, in un percorso straordinario tra storia, memoria e creatività. A fare gli “onori di casa” il giovane Assessore al Turismo del Comune, Matteo Fontana, che ci ha accompagnati durante il nostro percorso in città.
La prima tappa non poteva che essere il celebre Cretto di Burri, un’opera monumentale che lascia senza fiato anche chi l’ha ammirata solo in fotografia. Questa colossale distesa di cemento bianco si estende per 80mila metri quadrati, ricoprendo ciò che resta della vecchia Gibellina distrutta dal terremoto del 1968. Burri, con un’intuizione visionaria, ha trasformato le macerie in un’enorme opera d’arte, una sorta di sudario di cemento che ne ricalca la topografia, creando un labirinto di crepe e percorsi che invitano a un silenzioso pellegrinaggio tra memoria e riflessione. Camminare tra le sue fenditure è un’esperienza che amplifica il senso del tempo, riportando alla luce le ombre di un passato congelato nella materia.
Dopo l’emozionante visita al Cretto, il nostro autista ci conduce al Museo di Arte Contemporanea, un luogo che rappresenta l’anima artistica della nuova Gibellina. Attraversando le sale, ci sorprende una ricca collezione di opere di artisti siciliani e internazionali. Tra esse spiccano pezzi di Schifano, che con i suoi colori intensi e i suoi tratti decisi cattura l’essenza di un’epoca in evoluzione. L’allestimento museale ospita anche opere di Consagra, Accardi, Isgrò, Attardi e altri protagonisti dell’arte contemporanea che hanno contribuito a dare forma all’identità artistica del territorio. In una delle sale principali, una miniatura del Cretto troneggia davanti a una gigantesca fotografia di Alberto Burri, quasi a voler rafforzare il legame indissolubile tra l’artista e questa terra.
La Fondazione Orestiadi
Prima del pranzo, ci dirigiamo verso il Museo delle Trame Mediterranee della Fondazione Orestiadi, ospitato all’interno del Baglio Di Stefano, uno degli edifici simbolo della nuova Gibellina. È qui che prende forma il progetto voluto da Ludovico Corrao, il sindaco che più di ogni altro ha segnato la rinascita culturale della città. Corrao, figura visionaria e appassionata, comprese che l’arte poteva essere una risposta concreta al trauma del terremoto del Belìce, e fu lui a fondare la Fondazione Orestiadi con l’idea di costruire un ponte tra la Sicilia e il Mediterraneo.
Ad accoglierci, con un brindisi di benvenuto, sono Antonella Corrao – figlia di Ludovico – e il direttore del museo. Antonella, con una presenza calorosa e appassionata, ci racconta la storia di suo padre, ripercorrendo la sua scelta di trasformare Gibellina in un laboratorio a cielo aperto di arte e pensiero contemporaneo. È una narrazione personale e intensa, che restituisce la forza di una visione in cui l’arte diventa veicolo di identità e dialogo interculturale.
All’interno del museo, la collezione ci sorprende per varietà e profondità: ceramiche, gioielli, tessuti, maschere rituali e mosaici provenienti da diversi paesi del Mediterraneo raccontano secoli di intrecci e contaminazioni culturali. Una sezione è dedicata alle decorazioni islamiche e alle maschere nordafricane, un’altra ai tessuti antichi e ai motivi ornamentali dell’area medio-orientale. Non manca una ricca selezione di arte contemporanea italiana, con opere di Carla Accardi, Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Emilio Isgrò e Mimmo Paladino. All’esterno, nel giardino del Baglio, spicca la celebre Montagna di Sale di Paladino: un’installazione potente, che sembra fondere natura e simbolismo in un unico sguardo.
Cantine Ermes e Tenute Orestiadi a Gibellina
A pochi passi dal museo, il nostro itinerario continua nella sede delle Tenute Orestiadi, realtà vinicola strettamente legata alla Fondazione e alla storia di Gibellina. Nata per valorizzare il territorio attraverso la qualità del vino e la forza della narrazione artistica, l’azienda è oggi una delle realtà più interessanti del panorama siciliano. La visita è guidata da Rosario Di Maria, presidente di Cantine Ermes, cooperativa nata nel 1998 a Santa Ninfa. Oggi è tra i maggiori produttori vinicoli dell’isola. Durante l’incontro ci viene raccontato come la collaborazione tra le due realtà – Tenute Orestiadi e Cantine Ermes – sia cresciuta negli anni fino a diventare un vero polo produttivo d’eccellenza.
A impreziosire ulteriormente questa sinergia c’è il progetto con l’Accademia di Belle Arti di Brera. Un’affascinante iniziativa che coinvolge studenti e artisti nella creazione di etichette e installazioni ispirate al territorio. L’arte, qui, non è solo ornamento: è un linguaggio che accompagna la produzione vinicola e la racconta, tra tradizione e sperimentazione.
Il pranzo si svolge in un ristorante tipico della zona, dove gustiamo piatti della tradizione locale. Con noi c’è anche Rosalia D’Alì, presidente del Distretto Turistico Sicilia Occidentale, che ci parla con entusiasmo delle iniziative in corso per promuovere il territorio. Ci raggiunge il sindaco di Gibellina, Salvatore Sutera, venuto a salutarci. Con uno sguardo al futuro e una memoria viva del passato, tra sapori autentici e conversazioni ricche di spunti, concludiamo la nostra visita a Gibellina. Portiamo con noi un frammento di questa straordinaria rinascita artistica e culturale.
Mazara del Vallo e il fascino senza tempo del Satiro danzante
Nel pomeriggio di domenica ci rimettiamo in marcia verso Mazara del Vallo, città che si affaccia sul Mediterraneo con la grazia antica di un porto e l’energia pulsante di un crocevia di culture. A Mazara, nulla è solo ciò che sembra: ogni strada è un racconto, ogni pietra conserva un’eco lontana.
La prima tappa è il Collegio dei Gesuiti, un edificio imponente che colpisce già dalla facciata, con i suoi richiami tardo-cinquecenteschi e l’eleganza severa dell’architettura romana. All’interno, ci sorprende una mostra permanente di arte locale, ma l’attenzione viene presto catturata da un piccolo gioiello nascosto: il Museo delle Miniature, nato dalla passione visionaria del Maestro Ignazio Auguanno. In oltre trentacinque anni, l’artista ha realizzato con materiali di recupero minuscoli capolavori architettonici, riproducendo fedelmente chiese, palazzi e monumenti della città. C’è persino una miniatura del Museo del Satiro, con tanto di replica del protagonista bronzeo che ci attende poco distante, in scala reale.
Ed è proprio lì che ci dirigiamo: il Museo del Satiro Danzante, allestito nell’ex chiesa di Sant’Egidio, è il cuore culturale di Mazara. La statua, recuperata dal mare e restituita alla luce, sembra sospesa nel tempo e nello spazio. Il suo corpo flessuoso, i capelli agitati da un vento invisibile, le braccia in movimento: ogni dettaglio racconta una storia millenaria.
La scoperta di Capitan Ciccio
Mentre osserviamo incantati, arriva Capitan Ciccio, al secolo Francesco Adragna, il comandante del peschereccio Capitan Ciccio, protagonista di una delle scoperte più straordinarie del Mediterraneo. È lui che nel luglio del 1997, durante una battuta di pesca nel tratto di mare tra Pantelleria e Capo Bon, vide affiorare dalla rete un oggetto inaspettato: una gamba bronzea, avvolta dalle alghe e dal mistero. “Sembrava uno scherzo del mare“, ci racconta con un sorriso ampio e lo sguardo ancora acceso di stupore. Ma non era che l’inizio.
Per mesi, Capitan Ciccio continuò a battere la stessa zona, con ostinazione e rispetto per quel mare che sentiva stava per restituire qualcosa di grande. E così, nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1998, a una profondità di circa 500 metri, dalle acque emerse il corpo principale della statua, mutilato ma ancora incredibilmente espressivo. «Non sapevamo ancora che cosa avessimo trovato“, ci confessa, «ma sentivamo che era qualcosa di straordinario».
Il Satiro Danzante, oggi considerato uno dei massimi capolavori dell’arte greca, fu trasportato a Roma, dove un delicato restauro all’Istituto Centrale per il Restauro ne rivelò ogni dettaglio: il torso teso, le chiome scompigliate, il volto rapito da un’estasi dionisiaca. Esposto a Montecitorio nel 2003, poi in Giappone nel 2005, ha incantato il mondo prima di trovare la sua dimora definitiva a Mazara del Vallo.
La Mazara araba
Lasciamo il museo ancora colmi di meraviglia e ci addentriamo nella Casba, cuore pulsante della Mazara araba. È un labirinto vivo, fatto di vicoli stretti, archi intrecciati e maioliche colorate. L’atmosfera è quella di un luogo sospeso, dove passato e presente si mescolano con naturalezza. Incontriamo botteghe artigiane, scorci inaspettati, volti che sembrano raccontare secoli di storia. Ogni angolo è un dettaglio da scoprire, ogni passo un viaggio tra le influenze fenicie, arabe, normanne che hanno scolpito l’identità della città.
Ci fermiamo infine in una piazzetta tranquilla, dove l’aria profuma di gelsomino. È l’ultimo sguardo alla Casba prima di ripartire, con la sensazione di aver attraversato non solo un luogo, ma un’intera civiltà.









