Cristoforo Colombo 1492

A cura di Paolo Minotti

Era il 12 ottobre 1492 quando Cristoforo Co­lombo sulle tre caravelle approdava nell’isola nelle Bahamas che battezzò San Salvador. Quella spedizione nelle Americhe nasconde aspetti affascinanti su cui la storiografia scolastica non si sofferma. Sono in pochi, difatti, a parte i maggiori esperti della biografia di Colombo, a conoscere la serie di aneddoti riguardanti il viaggio profetico che il noto esploratore compì con coraggio, dopo quaranta giorni di navigazione, senza mai dover affrontare nell’oceano alcuna tempesta. Ma i viaggi successivi non ebbero tutti la stessa sorte fortunata. Ecco come Colombo descrisse l’uragano che si trovò ad affrontare in una delle spedizioni che seguirono:
«Mai prima occhi avevano visto mari così grossi, arrabbiati e coperti di schiuma. Fummo costretti a ri­manere al largo, in questo mare assetato di sangue, che ribolliva come una pentola posta su un fuoco assai caldo. Mai prima il cielo mi era parso più terrificante, e per un giorno e una notte interi si mostrò fiammeggiante come in una fornace. I lampi si sus­seguivano con tale furia e in modo così spaventoso che noi tutti pensammo che le navi sarebbero esplo­se. E durante tutto questo tempo l’acqua non cessò mai di cadere dal cielo».
Era il 16 luglio 1494. No­nostante la furia della tempesta Colombo riuscì a mettere in salvo le sue caravelle. Come fece? Salito sulla prua – egli stesso raccontò – fra lo scrosciare dei lampi e della pioggia, prese la spada ed iniziò a “tagliare” il vortice d’aria che si era formato, e con l’altra mano impugnava un crocifisso mentre recitava le prime righe del Vangelo di San Giovanni. Pochi istanti e la tempesta arretrò per poi scomparire nel nulla. Questa storia, che può risultare assurda anche al lettore più curioso e desideroso di mistero, narra in realtà di un rituale molto praticato sin dall’antichità e che, con grande probabilità, Colombo aveva appreso da alcuni monaci con cui egli era entrato in contatto diplomatico per mezzo del re. Il taglio delle trombe d’aria, che al Sud Italia prendono il nome, in dialetto, di “cur’i zifune” (letteralmente code del tifone), è una vera e propria tradizione antropo­logica, molto diffusa tra i pescatori e tra le cosiddette “magare” di campagna, quasi sempre contadine anziane, che ereditavano dalle loro madri la formula e la tecnica per domare i cicloni. La leggenda si tramanda ancor oggi in molte zone d’Italia, in particolare in Sicilia. La formula religiosa adoperata durante il taglio dei vortici, che, a seconda delle aree geografiche di riferimento, può essere dedicata a diversi santi o madonne, si tramanda rigorosamente durante la notte di Natale e solitamente è sempre una nonna a raccontare ai suoi nipoti ed eredi la preghiera. Questi, poi, la imparano a memoria, senza mai avere il permesso di trascriverla.

Tratto da
24orenews.it Magazine Ottobre 2022

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