SALVATORE GARAU
Salvatore Garau

SALVATORE  GARAU

CARTE E TELE, 1993/2015 

Museo Nazionale della Repubblica Brasilia 

dal 8 novembre 2016 al 4 dicembre 2016

Non esiste un’opera giovane o vecchia, esiste lo spazio di tempo in cui l’opera  è rimasta (ha dormito) nello studio” (Salvatore Garau)

Sessanta carte, metà delle quali  mai esposte, quasi dimenticate, raccolte in due album di trenta lavori ognuno, realizzati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, e in mezzo otto grandi tele che sintetizzano il passaggio dell’artista dal bianco e nero al colore. Carte e tele, 1993/2015” è il titolo della nuova mostra dell’artista sardo Salvatore Garau, classe 1953,  ospitata al Museo Nazionale  della Repubblica a Brasilia dall’8 novembre al 4 dicembre 2016 e realizzata in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Brasilia, il Governo di Brasilia e l’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo.

LE CARTE

“Un giorno capita che apri un cassetto, prendi in mano un album di carte dipinte con smalto e grafite oltre venti anni prima  e mai esposte, e non tu, ma loro, cominciano a sussurrarti che è giunto il momento di uscire dallo studio, finalmente mostrarsi… Le opere, oltre al momento, decideranno il luogo in cui mostrarsi, per dare un senso preciso al loro viaggio”

Il primo album di carte (serie “Sculture sul limitare”, cm 24×33, 1993) è composto  di trenta piccoli lavori con una scultura disegnata a ridosso del margine della superficie della carta, sul limite estremo dopo il quale l’avventura continua anche se non possiamo vederla, dove la scultura fa appena in tempo ad affacciarsi, e chi l’ha costruita si è già dileguato ma ne sentiamo il lavoro. “Sculture” immobili disegnate minuziosamente con grafite a contrasto col paesaggio, in continuo mutamento, sul quale sono posate. 

Il secondo album di carte (serie “Rosso Wagner”, cm 40×30, 2013) è composto da altri trenta lavori dove il rosso porpora e l’argento si materializzano non  più utilizzando il “minerale” della grafite ma il “lucido” dell’alluminio. Carte nate col sostegno, dapprima segreto e poi imperioso, della musica di Wagner che ha aiutato a creare un mondo passionale di contrasti caldi e freddi, di odi e amori, di drammi e gelosie; contrasti violenti,  una fusione dolce  che nel cinema la chiameremmo dissolvenza: morbido ingresso di altro e morbida scomparsa di ciò che già c’era. I colori non asciugano, ma si fondono insieme nell’atto della pittura, archetipo di un matrimonio che non crea traumi.

LE GRANDI TELE

“Non c’è differenza tra grandi e piccole superfici se non per la fisicità nell’atto del dipingerle. Su una grande tela si muove tutto il corpo, la schiena dev’essere forte, i movimenti veloci e i muscoli agili. Su una piccola superficie sono seduto e solo le mani compiono i gesti. Il pensiero dello spazio che rimbomba in testa è  lo stesso: un uguale riverbero dell’immenso, infinito anche nel piccolo”. 

Le “Sculture” disegnate con grafite e acrilico tagliano la superficie anche al centro della grande tela, dettando la prospettiva e quindi lo spazio, nel quale l’artista è immerso lavorando dall’interno. 

Delle otto tele presenti a Brasilia, realizzate tra il 2003 e il 2015 e che raccontano in maniera quasi viscerale il passaggio dal bianco e nero al colore, in una sola di esse, anche se di sfuggita, una traccia tangibile della presenza fisica di un uomo: “Mantello rosso che abbandona la scultura” (2007). Il mantello è trascinato via da una mano che non c’è, nell’atto in cui sta appena scoprendo la scultura. 

Questa tela è la metafora del lavoro di Salvatore Garau: l’uomo è importante nel momento in cui  lascia una traccia del suo passaggio: un susseguirsi di piccole e grandi azioni vissute con passione. E l’Arte, come tutto il resto,  è solo un semplice atto d’amore