La Stagione dela Scala ha appena messo in scena l’Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij con la regia di Mario Martone e le scene di Margherita Palli.
Al solito i buu non sono mancati da parte di alcuni melomani tradizionalisti, sparsi fra il pubblico dei palchi e dei loggioni, verso il regista e la scenografa. É veramente sconsolante che non venga recepita appieno la qualità registica e teatrale di Martone e l’affascinante allestimento di una delle più grandi scenografe italiane del teatro d’Opera.
Che, a parer mio, hanno invece saputo ben interpretare la dimensione intimista e anti spettacolare dell’opera di Čajkovskij, ben distante dal modello del grand-opéra internazionale incarnato da tutti nell’acclamatissima AIDA che imperava nei teatri europei in quegli anni.
Il direttore di questa nuova produzione scaligera è il giovane Timur Zangiev, annoverato fra i direttori d’orchestra più interessanti della sua generazione. Mentre il maestro del coro, di ottima qualità, è Alberto Malazzi.
Čajkovskij, a chi lo metteva in guardia dalla natura troppo poco teatrale del suo lavoro, rispondeva:
“Ma che servono questi effetti?[…] io vorrei lavorare su opere in cui vi siano creature simili a me, che provano emozioni da me provate, a me comprensibili. Non so quello che può aver provato una principessa egizia, o un faraone, o qualche nubiano infuriato”…
“Io – ribadiva – ho bisogno di soggetti in cui non vi siano imperatori, imperatrici, sommosse popolari, battaglie o marce, e di tutti quegli attributi che compongono il grand-opéra”.
Evgenij Onegin: il romanzo conquistò Čajkovskij
Un soggetto, quello di Evgenij Onegin, che venne accolto dal compositore quasi casualmente, per un suggerimento della cantante Elizaveta Lavroskaja. Dopo un primo momento di perplessità, Čajkovskij divorò il romanzo in versi di Puskin e decise di trasformarlo in una serie di “scene liriche”.
Egli non voleva dei cantanti vocalmente iperdotati ma, per prima cosa, ben preparati e dunque bene in “parte”. Seconda cosa dei cantanti-attori che sappiano recitare semplicemente, senza enfasi, ma che sappiano recitare bene. Terzo una messinscena senza lusso ma che corrisponda rigorosamente all’epoca in cui si svolge la vicenda.
E questa nuova produzione scaligera, ci immerge in queste sue atmosfere intimiste con una distesa di campi con il fieno appena tagliato o il ghiaccio che in inverno ricopre tutti i campi della Russia perfettamente illuminati da Pasquale Mari. Che si stagliano su un suggestivo video fondale delle immense pianure di questa nazione, nei vari momenti della giornata, ideato egregiamente da Alessandro Papa.
L’unico elemento architettonico è un emblematico cubo stracolmo di libri impilati dentro e anche sopra. In cui la protagonista, Tat’jana (la contestata giovane soprano Aida Garifullina, non abbastanza in grado di esprimere le varie sfumature canore del libretto) vestita con i costumi di sapore contemporaneo, ideati da Ursula Patzak, armata anche di cuffiette contemporanee, scrive la sua dolce lettera all’amato Onegin inizialmente non corrisposta da lui. Un cubo in cui lei vive isolata dal mondo reale, in un tempo tutto psicologico e sospeso, e che si ridurrà in frantumi, con tanti spettacolari fuochi tutto intorno, durante il terzo atto.
Il litigio tra Onegin e Lenskij
L’opera di Čajkovskij, a differenza del romanzo di Puskin, dovrebbe intitolarsi Tat’jana, come ben ci suggerisce il musicologo Emilio Sala.
Ci sono anche imponenti momenti corali diretti da Daniela Schiavone.
Il II Atto è popolato di militari.
Nel terzo arriverà un generale.
E il tema dell'”onore”, sotto la pressione sociale, diventa una miccia esplosiva. Il regista ci racconta quanto per lui le opere di Cechov, Tolstoj, Dostojevskij, Puskin fanno profondamente parte della nostra cultura europea.
E il trauma che tutti noi stiamo vivendo con la guerra Russia-Ucraina, ci costerna profondamente come la vicenda che gli spettatori vivono nell’opera di Čajkovskij per l’assurdo litigio tra Onegin (il baritono Alexey Markov, non completamente apprezzato dal pubblico) e il suo amico Lenskij (il più applaudito del cast, il tenore Dmitry Ulyanov). Quest’ultimo assurdamente geloso delle attenzioni verso la sua amata Ol’ga ( la brava mezzosoprano Elmina Hasan).
Il debutto alla Scala
Questo litigio che tutti noi abbiamo vissuto facendoci venire in mente il recentissimo litigio alla Casa Bianca fra Trump e Zelensky in cui si sono distrutte ulteriormente le possibilità di un accordo, portando ulteriore sgomento in tutti noi. Scale sicuramente profondamente diverse (per le catastrofiche reali quantità di eccidi in corso ormai da tre anni) ma non poteva non venire in mente questo parallelismo con l’opera di Čajkovskij che debuttò per la prima volta a Mosca nel 1879 al Teatro Malyi diretta dal direttore Anton Grigor’evič Rubinštejn e che venne rappresentata in Italia per la prima volta alla Scala nel 1900 diretta da Arturo Toscanini.
Mario Martone ci ricorda come la vicenda che racconta in scena è quella del libretto, anche se gli abiti sono contemporanei. “Si tratta solo di un’eco. Ma è l’eco che rimanda agli infiniti appuntamenti perduti, da quelli tra gli esseri umani nelle loro vicende più intime e personali a quelli molto più ampi che, inanellati uno dopo l’altro, alla fine chiamiamo la “Storia”. Per provare a sentire qua eco alla fine ho fatto sparire tutto. Lo spettacolo si conclude su un palcoscenico vuoto”.
Nel cast di Evgenij Onegin
Al di là delle tante polemiche scaturite su questa per me comunque innovativa produzione, ritenuta da molti non perfettamente all’altezza delle produzioni scaligere, ritengo giusto ricordare il resto del dignitoso cast fra cui:
- il mezzosoprano Alisa Kolosova, nel ruolo della vedova Larina,
- il mezzosoprano Julia Gertseva, che impersonava la Njanja Filipp’evna,
- il basso Dmitry Korchav nei panni de il principe Gremin, che alla fine Onegin scoprirà che si era sposato con Tat’jana.
E che Onegin, passati due anni, questa volta veramente innamorato di lei, non riuscirà più a convincerla a lasciare il principe per mettersi con lui.
In replica ancora sabato 8 e martedì 11 marzo sempre alle 20

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