Salome al Teatro Maggio Musicale Fiorentino

Salome di Richard Strauss, tratta dall’omonimo dramma di Oscar Wilde, resta l’opera sua più universalmente eseguita.

Fu rappresentata per la prima volta a Dresda con un successo clamoroso il 9 dicembre del 1905. L’abbiamo appena vista messa magnificamente in scena dalla regista Emma Dante in Prima assoluta al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con la perfetta direzione musicale del britannico Alexander Soddy. Che, pur avendo solo 43 anni, ha già una solida formazione nei teatri tedeschi e poche settimane fa lo abbiamo visto anche a La Scala di Milano a dirigere l’Oro del Reno di Wagner. Soddy ci racconta che Strauss ha avuto varie fasi creative ed espressive. I suoi marchi di fabbrica sono scioltezza, flessibilità, trasparenza, tutte caratteristiche derivate dal rapporto con la prosodia tedesca da lui rielaborata in termini musicali. Ecco il respiro delle frasi di Strauss che sgusciano via rapide e rapinose, rispecchia la fluida naturalezza del tedesco parlato.

Il compositore chiede ai musicisti di suonare forte, forte senza tregua. Però i cantanti non devono cantare sempre troppo forte, dato che comunque ci sono anche frequenti episodi in stile di conversazione.
La sfida più grande è per il soprano protagonista l’applauditissima ventinovenne soprano russo Lidia Fridman che ha incantato il pubblico fiorentino con la sua splendida voce e l’incantevole abito rosso di Vanessa Sannino. L’avevamo, fra l’altro, appena ammirata a La Fenice di Venezia nel ruolo di protagonista di Anna Bolena di Donizetti con la pregevole regia di Pier Luigi Pizzi.
Nell’ultima parte Salome interpreta uno dei più bei monologhi nella storia del teatro musicale. Una scena di follia assai complessa sul piano ritmico. che lei ha saputo rendere al meglio. Lei è un mostro. Però che mostro affascinante, rivestito com’è da una musica di sublime avvenenza.

Lo strano mondo di Salome

Anche Emma Dante ci racconta Salome immersa in una famiglia disturbata e disturbante. Tutti sono in conflitto tra di loro. È una famiglia patriarcale nel peggior senso della parola. Le donne sono merce di scambio, vittime e manipolate. Salome stessa è manipolata. Ma reagisce a questo sopruso in maniera violenta. Quando le portano la testa di un uomo, quella di Jochanaan, sul vassoio ci sono le teste di tutti gli uomini.
È uno strano mondo quello di Salome. La bella figliastra del Re, che a corte è desiderata da tutti, compreso il patrigno che nutre nei suoi confronti una passione morbosa, si aggira nello sfarzo di questa reggia, opulenta, ricca. Ma si annoia da morire. Immagino questa principessa, ci racconta Emma Dante, come una ragazzina annoiata che non si considera amata e si sente sola. Fino a che non sente una voce che “evade” da una prigione che arriva dagli inferi, che le risveglia la sua curiosità. Convince le guardie a mostrargli questo detenuto di cui si è incuriosita ascoltando la sua voce.

Vede finalmente Jochanaan, una sorta di rasta dai lunghissimi capelli di cui si innamora. E che la regista trasforma magistralmente nella trama di fili neri, calati come un sipario e che alla fine serviranno a strangolarla. Tenta di sedurlo ma lui la respinge. Decide quindi di chiederne la testa in pegno a Erode che accetta solo in cambio di un’esibizione, una sensualissima danza dei sette veli. E qui Emma Dante, con la perfetta intesa con lo scenografo Carmine Maringola e la coreografia di Silvia Giuffrè (entrambi da lungo tempo nella compagnia di Emma Dante) aiutati dalle luci di Luigi Biondi, scatena una strepitosa scena in cui lei è il pistillo di un fiore che offre a Erode, mentre le schiave sono petali.

La danza acquista poesia. Ricorda una fioritura. Prima della crudeltà.

La regista ha pensato ad un’agave, una pianta grassa molto comune in Sicilia, che a un certo punto fa un fiore e poi muore. Come Salome. La danza è l’apoteosi della sua bellezza e della sua giovinezza. Poi nel desiderare la testa di Jochanaan (il grande baritono americano Brian Mulligan) segna il suo destino. Nel mio repertorio femminile Salome diventa un incontro unico. Diverso da tutti gli altri ci ricorda la regista. Lei è una donna priva di controllo. Desidera quel corpo e riesce a ottenerlo. Lei è spaventosa come tanti uomini purtroppo. Salome è un’antieroina del genere. Ci fa interrogare su quali siano davvero i confini tra erotismo, perversione, amore, morbosità. Strauss è un fine indagatore della psiche femminile.

Jochanaan è puro, onesto, concentrato nel suo dogmatismo, ed Erode (ben rappresentato dal tenore austriaco Nikolai Schukoff) un narcisista sessualmente deviato che rappresenta una mascolinità tossica, ossia una libido oscura orientata alla conquista del potere, al possesso di cose e al dominio sulle persone, sulle donne specialmente. La moglie Erodiade (il perfetto mezzosoprano Anna Maria Chiuri) lo critica, però sta al suo gioco. Una mamma crudele quanto la figlia. Erodiade odia il marito. Ma permette al patriarca di fare i suoi comodi, di comportarsi in modo bieco. E, non a caso, sarà lei a portarle, uscendo dall’enorme maschera di pietra/prigione che tanto ricorda i mostri di Bomarzo, la testa del battista a Salome. Come tutti i soldati che sembrano dei pupi siciliani.

La regia di Emma Dante si riallaccia sempre alla sua Sicilia. E racconta come il potere si esercita sul possesso della persona. La manipolazione è un modo di esercitare il potere. I riferimenti sessuali sono continui, nei confronti delle schiave, di Salome. Il desiderio maschile nei confronti del corpo femminile. Di questo parla l’opera.

In replica fino al 27 aprile

In Strauss la massa orchestrale emerge con la gestualità drammatica delle frasi. Il che produce un’estensione eccezionale della tinta sinfonica capace di evocare profumi, ambienti, atmosfere.

Una Salome memorabile quella che è ancora in scena Mercoledì 23 e Domenica 27 aprile al Teatro del Maggio Musicale, grazie anche al nuovo Sovrintendente Carlo Fuortes che intende portare ancora più qualità nella prossima Stagione fiorentina.

Opera
Fino al 27 aprile 2025

Richard Strauss
Salome
Alexander Soddy, direttore
Emma Dante, regia

Sergio Buttiglieri

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